Category Archives: Politica Interna

PROCESSI MAFIA IN TV

Pubblicato da Luca Cianflone il 16/01/2018

Processi di Mafia in diretta TV!

trattativa stato mafia

di Movimento Agende Rosse

 Firma la petizione!


La requisitoria dei Pubblici Ministeri al processo Trattativa Stato-mafia, a prescindere dall’accertamento delle responsabilità penali, delinea un quadro drammatico e inquietante dei rapporti tra mafia, politica, militari e massoneria.
Lo spazio che il processo ha trovato sui media è davvero ridicolo rispetto alla portata delle informazioni che i cittadini avrebbero il diritto di conoscere.
Un paese che dice di voler combattere e sconfiggere la mafia deve dare un messaggio chiaro e preciso ai suoi cittadini.
Come diceva Paolo Borsellino “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene“.
Chiediamo dunque che, sulle reti televisive pubbliche, i processi di Mafia vengano trasmessi in diretta e che ci siano trasmissioni e spazi di approfondimento specifici.

Per approfondimenti potete consultare la nostra pagina Facebook: www.facebook.com/agenderosse
o il nostro sito: www.19luglio1992.com

Firma la petizione!

Questa petizione sarà consegnata a:
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
Direttore Generale della Rai
Presidente della Repubblica Italiana
Sergio Mattarella

ARTICOLO RIPRESO DAL SITO www.19luglio1992.com

BORSELLINO, 25 ANNI DOPO LA STRAGE DI VIA D’AMELIO

Pubblicato da Luca Cianflone il 19/07/2017

Odio il 19 luglio come odio il 23 maggio, degli anniversari delle stragi di mafia non sopporto il pianto e la commozione generale, tutta la retorica che si nasconde dietro, la falsità di alcuni, la rassegnazione di altri ma soprattutto l’ignoranza di molti!

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Non ho voglia di ricordare Paolo Borsellino e il suo valore, altri, la maggior parte, sarà già impegnata da ore in questo che sembra essere ormai diventato non altro che esercizio abituale. Io voglio parlare di oggi, di domani, in pratica di quello che le istituzioni faranno e vorranno fare per concedere a Borsellino, alla famiglia ed al paese intero quella verità che manca, ed oggi più che allora ne dobbiamo essere consapevoli.
E’ di qualche settimana fa la sentenza di revisione del Processo Borsellino: i colpevoli dei processi passati sono stati assolti, questi i nomi: Gaetano Murana, Giuseppe Orofino, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Salvatore Profeta, Giuseppe La Mattina, Gaetano Scotto, Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura.
Tutti questi sono rientrati nella mistificazione e nelle coperture messe in atto da ” menti raffinatissime”, durante anni di indagini e processi.
Il pentito Scarantino, poi pentitosi di essersi pentito, è stato il grande accusatore di questi macabri giochi, dopo decenni di udienze ed indagini, diversi tentativi di ritrattazione, la conferma delle fragilità delle tesi accusatorie sono state messe definitivamente in dubbio dal collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, il quale accusandosi dell’attentato smentì ricostruzione Scarantino, senza Spatuzza probabilmente saremmo ancora immersi nella falsità, con diversi innocenti in carcere o caricati di orrori non compiuti da loro.

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Il 20 aprile scorso, invece il quarto grado del processo Borsellino, nato sempre dalle dichiarazioni di Spatuzza ha condannato all’ergastolo  i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino; dieci anni sono stati inflitti ai falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Prescritto, invece, Vincenzo Scarantino. I giudici hanno riconosciuto al falso pentito l’attenuante di essere stato indotto a fare le false accuse.
Ora sappiamo con certezza e possiamo gridare al mondo che alcuni soggetti, per forza di cose vicinissimi alle indagini, hanno depistato e corrotto inquirenti e magistrati!
I pm dell’accusa del Quater non sono riusciti a dare un volto a queste “menti raffinatissime”, interrogate diverse figure istituzionali vicine in quegli anni a Scarantino, non si sono ottenute prove sufficienti per regalare alla storia i colpevoli di questi depistaggi, l’unico soggetto colpevole di questi atti sembra essere l’ex funzionario di Palermo, poi questore Arnaldo La Barbera, ormai deceduto anni fa…

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Di questo vorrei si occupassero le trasmissioni e l’informazione, importante ricordare impegno e sacrificio degli uomini di Stato uccisi dalle mafie, ma fondamentale sarebbe ristabilire giustizia in una vicenda che ha segnato e segna ancora oggi la storia italiana del secondo dopoguerra, poi ci sarà tempo per tutto il resto, concediamo alle famiglie delle vittime della strage di via D’Amelio la verità, in un paese civile e libero, questa dovrebbe essere la volontà e l’obbiettivo di tutti!

CASO CONTRADA, LA CASSAZIONE NON ANNULLA SENTENZA

Pubblicato da Luca Cianflone il 07/07/2017

In queste ore i mezzi d’ informazione esultano alla notizia che ieri, la Cassazione di Roma, si sia espressa a favore del ricorso del legali di Bruno Contrada, famoso esponente del Sisde degli anni 70^ 80^, annullando la sentenza di condanna della Corte di appello, ormai già scontata dallo stesso.
La vicenda è complessa, ma esultare ed attaccare i magistrati, rei di aver rovinato la vita di un uomo con un’accusa infamante, concorso esterno in associazione mafiosa, mi pare forzata, superficiale, poco corretta e irrispettosa della verità.
Aspettando le motivazioni della Cassazione, mi preme sottolineare un aspetto, troverete spiegazioni tecniche più approfondite delle mie, ma semplificando, fungendo da traduttore tra loro e voi, sintetizzerò così la vicenda: il Contrada ha subito un processo che lo vide accusato di concorso esterno, è stato condannato ed ha già scontato la pena, in primo e secondo grado i pm hanno sufficientemente dimostrato alle giurie ed ai presidenti, la colpevolezza dello 007 oltre ogni ragionevole dubbio. Va da se che le prove a carico del Contrada furono e sono chiare ed inequivocabili. Ora, non volendo discutere i dibattimenti e se le condanne fossero più o meno giuste, diamo per superato questo discorso, i processi ci sono stati e le sentenze sono state eseguite. In questi anni la difesa di Contrada è giustamente ricorsa a tutti gli organi possibili a cui chiedere una revisione, financo la Corte europea. Quest’ultima ha sancito nel 2015 che in pratica non si sarebbe dovuto processare, quindi poi condannare, il Contrada, perchè al momento degli episodi e comportamenti contestategli, il reato di : “concorso esterno in associazione mafiosa non era sufficientemente chiaro, né prevedibile da lui. Contrada non avrebbe potuto conoscere le pene in cui sarebbe incorso”

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La Corte di Cassazione di ieri avrebbe quindi sposato questa sentenza ed accolto il ricorso della difesa di Contrada.
Questi sono i fatti, dovendo aspettare ancora le motivazioni di tale sentenza, non mi esprimerò su questa nello specifico, ma sviluppando un discorso più ampio.
La legislazione europea competente dell’ambito mafioso ha molto da imparare da quella italiana, non per bravura di una e negligenza dell’altra, ma semplicemente perchè le istituzioni italiane conoscono molto meglio ( purtroppo ) le mafie. Inutile elencarne i motivi; basti pensare, che ci sono stati come la Germania, che ancora negano l’esistenza di esponenti mafiosi ed attività a loro riconducibili sul proprio territorio. Per questo motivo ritengo molto più competente la magistratura italiana in merito a reati di mafia, tanto di più per un reato di ” concorso esterno ” ancora più complesso  e delicato e soprattutto difficile da dimostrare.
Un altro punto da chiarire è che un processo ci regala una verità processuale e, questa, non per forza  coinciderà con i fatti e con le ricostruzioni storiche. Il giudice Borsellino chiariva questo concetto con un esempio semplice: ” non conoscete nessuno che abbia compiuto un reato ma che l’abbia poi fatta franca per un motivo o per un altro? “. In pratica ci sono situazioni in cui un’assoluzione, tanto meno un annullamento o una prescrizione, sancisce una ricostruzione processuale e non già una ricostruzione storica.
Un esempio eccellente potrebbe essere la prescrizione di Andreotti, il quale non fu assolto, ma prescritto con la precisazione che la vicinanza a cosa nostra del politico era dimostrabile solo fino agli anni 90^, quindi ormai reati prescritti. Qui il mio articolo sul tema.

Tornando al caso Contrada, possiamo sottolineare che la Cassazione non si sia espressa e non abbia smantellato tutto ciò che emerse in dibattimento e che portò alla condanna, la Cassazione dice, allineandosi alla Corte europea, che Contrada non doveva essere processato perchè al momento dei reati “eventualmente” commessi, sui quali non si esprime, lo stesso non poteva sapere che essi costituissero reato.
Quindi non afferma che non abbia favorito cosa nostra, sancisce che al momento dell’illecito l’esponente non poteva sapere di commettere un reato, proprio perchè esso non era ancora codificato chiaramente e previsto nel codice penale. Semplificando ancora, la vicinanza di Contrada ad esponenti mafiosi di spicco, emersa e dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio, non poteva essere perseguibile penalmente perchè allora non costituiva reato codificato.
Ripetiamo, aspettiamo le motivazioni, ma possiamo già affermare con sicurezza che questa non è una sentenza assolutoria, comunque vada, sia che quei reati fossero o no contestabili a Contrada, non conosciamo ancora le azioni che interverranno sul tema, tutto ciò di cui si macchiò il condannato Contrada rimane nelle sentenze di condanna a Palermo e nelle ricostruzioni storiche, ricostruzioni e processi che oggi la solita stampa di regime vorrebbe insabbiare e far dimenticare!

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Tutto questo non tanto per tutelare loschi affari passati di partiti ed esponenti ormai quasi tutti in pensione, rei di “strizzatine d’occhio”, vicinanze e collusioni inqualificabili con organizzazioni mafiose, ma bensì il loro “dovere” è quello di spingere e mentire sul caso Contrada per destabilizzare la magistratura,  delegittimando processi e sentenze che ieri, oggi e domani si sono, si stanno e si occuperanno di “colletti bianchi” collusi con mafie e malaffare. Il richiamo ed il parallelo con il caso Dell’Utri ne è l’esempio lampante. Anni diversi, iter processuali e ruoli diversi, fatti non paragonabili, poco importa, non interessano le dichiarazioni di pentiti e documentazioni prodotte, analizzate e risultate probanti dei reati contestati, non interessa raccontare andando nei particolari l’amicizia con Mangano, le cene con i mafiosi e la vicinanza a boss di cosa nostra ammessi da Dell’Utri, o le intercettazioni di quest’ultimo con Berlusconi durante le quali scherzano in merito ad una bomba messa secondo loro da Mangano alla villa del Cavaliere, dimostrando di sapere chi fosse Mangano e che tipi di rapporti avessero avuto con lui ed i suoi sodali… Tutto questo non interessa, meglio non informare, a loro basta ” formare ” opinioni, ed oggi il messaggio per gli italiani è che Contrada fosse innocente, come e quanto Dell’Utri, i magistrati sbagliarono e vollero condannare i due per pregiudizi politici, compresi Borsellino e Falcone che tanto spinsero per la codificazione del reato di concorso esterno, oggi più che mai messo in discussione con questa sentenza. Ma tranquilli, nelle loro redazioni qualcuno starà già preparando il solito ricordo commosso dei giudici, pronto da sfoderare il 19 luglio, utile a ricordarne la morte e non mai volto a rinnovare e difendere le loro idee di giustizia e verità…

DELL’UTRI DIMENTICA…

Pubblicato da Luca Cianflone il 11/12/2016

L’ex senatore dal carcere, intervistato dal Corriere, nega di aver mediato tra mafia e Berlusconi
di Aaron Pettinari

La fuga in Libano? “Una leggenda metropolitana”. La mediazione tra capomafia e Silvio Berlusconi“Non ho fatto niente di tutto questo”. Gli incontri con Bontate, Teresi e Di Carlo negli anni Settanta? “Mai avvenuti. I giudici hanno detto il contrario, lo so, ma senza prove. La verità è che noi viviamo nel Paese dei pubblici ministeri, sono loro che comandano”. Torna a parlare Marcello Dell’Utri. Lo fa dal carcere di Rebibbia, a Roma, dove sconta una pena definitiva di 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. L’ex senatore, intervistato da Giovanni Bianconi per il Corriere della Sera, se la prende con i magistrati che hanno indagato (e che indagano?) su di lui, “assolvendo” i giudici che, a suo dire, “possono anche sbagliare, o subire i condizionamenti di certi climi, com’è successo a Palermo nel mio processo d’appello”.
Parla, facendo finta di dimenticare le prove che hanno portato alla condanna in Cassazione. Nelle motivazioni della sentenza i giudici della Suprema corte hanno scritto nero su bianco che l’ex senatore, per 18 anni, dal ’74 al ’92, è stato il garante “decisivo” dell’accordo tra Silvio Berlusconi e Cosa nostra in quanto ha “consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante che senza il suo apporto non si sarebbe verificato, alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale del suo programma criminoso, volto alla sistematica acquisizione di proventi economici ai fini della sua stessa operatività, del suo rafforzamento e della sua espansione”. Inoltre “la sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Gaetano Cinà sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”.
I giudici hanno poi messo in evidenza come “il perdurante rapporto di Dell’Utri con l’associazione mafiosa anche nel periodo in cui lavorava per Filippo Rapisarda e la sua costante proiezione verso gli interessi dell’amico imprenditore Berlusconi veniva logicamente desunto dai giudici territoriali anche dall’incontro, avvenuto nei primi mesi del 1980, a Parigi, tra l’imputato, Bontade e Teresi, incontro nel corso del quale Dell’Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5″. L’ex braccio destro di Berlusconi non rinnega Forza Italia ed il partito creato nel 1994 però rimpiange di essere in cella oggi che “si avvicina il finale”. Poi aggiunge: “Avrei fatto meglio a farmi arrestare prima e scontare subito la condanna”. Eppure se volesse veramente tornare a casa basterebbe poco, decidendosi a “vuotare il sacco” e rivelare quel che sa di quei rapporti con la mafia intrattenuti almeno fino al 1992. Per gli anni successivi Dell’Utri è stato assolto ma di elementi che possano far pensare che gli stessi siano proseguiti non mancano.

Il Paese nelle mani
Basta ricordare le parole del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che al processo trattativa Stato-mafia aveva ribadito le sue accuse: “Ci recammo presso il bar Doney, in via Veneto a Roma. Già fuori c’era Giuseppe Graviano ad attenderci. Lui era latitante e sebbene sarebbe dovuto salire in macchina mi invita ad entrare al bar per consumare qualcosa. Aveva un’aria gioiosa e mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa. Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza, in un altro incontro a Campofelice di Roccella”. “Poi – aveva spiegato – aggiunse che quelle persone non erano come quei quattro crasti (cornuti, ndrdei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “‘Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene’”, avrebbe detto Graviano. “Poi – aveva continuato – mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”. E per Paese, specifica Spatuzza, “intendo l’Italia”.
Ma all’ex senatore non interessa, giudicando il processo in corso a Palermo “astruso” come quello sulla “P3” che lo vede coimputato con Denis Verdini, un tempo vicino a Berlusconi ed fino a ieri “stampella”, con il suo gruppo, del governo Renzi. Nell’intervista Dell’Utri parla del tempo trascorso in cella, dei suoi studi, arrivando a definirsi “un prigioniero che ha perso una guerra ancora in corso”. Una guerra contro chi? “Contro Silvio Berlusconi, e contro di me per interposta persona”.

Quali leggende metropolitane
Una “vittima”, dunque, capace di ridurre ad una semplice “leggenda metropolitana” la sua fuga verso il Libano (guarda caso uno dei Paesi fuori “dall’Area Schengen”, il trattato che ha abolito le frontiere tra gli stati, per cui non ha valore il mandato di cattura europeo), per darsi alla latitanza. “Se avessi voluto sottrarmi alla giustizia avrei soggiornato nel più famoso albergo di Beirut? Ero andato a verificare la possibilità di una collaborazione tra la mia fondazione ‘Biblioteca di via Senato’ e un’analoga fondazione culturale dell’ex presidente Gemayel” sostiene rispondendo alla domanda di Bianconi. Anche in questo caso, però, l’ex politico, arrestato il 12 aprile 2014 a Beirut, continua ad omettere alcuni dettagli. Si era infatti reso irreperibile a pochi giorni dalla sentenza della Cassazione nonostante l’ordine di custodia cautelare emesso dalla Corte d’Appello di Palermo per pericolo di fuga.
La sua volontà di recarsi all’estero era un dato noto agli inquirenti grazie ad un’intercettazione ambientale della Procura di Roma che indagava su Gianni Micalusi, imprenditore calabrese, nell’ambito di una inchiesta di riciclaggio. Alberto Dell’Utri, parlando con il titolare del ristorante Assunta Madre di Roma, Vincenzo Mancuso, discuteva su un eventuale rifugio all’estero per il fratello, e faceva riferimento al fatto che la Guinea “è un Paese che concede i passaporti diplomatici molto facilmente… bisogna accelerare i tempi”. E Mancuso gli rispondeva: “Ma scusami, Marcello non ha pensato a farsi nominare ambasciatore della Guinea?”.
Ma anche il Libano poteva andare bene in quanto, diceva sempre Alberto Dell’Utri“Il programma è quello di andarsene in Libano perché lì è una città dove Marcello ci starebbe bene perché lui c’è già stato la conosce, c’è un grande fermento culturale… per lui andrebbe bene”. A questi dati si sono successivamente aggiunte segnalazioni anonime e testimonianze sulla sua presenza in un volo Parigi-Beirut.
Insomma elementi tutt’altro che “leggendari” ma basati su riscontri. E anche fosse come sostiene Dell’Utri si sa che anche “miti” e “leggende” hanno in sé elementi di verità. O non si vuole tener conto anche di questo?

TRATTO DEL SITO ANTIMAFIADUEMILA