QUANDO NEGARE DIVENTA OFFENDERE!

Pubblicato da Luca Cianflone il 24/05/2014

Io non mi meraviglio più di niente

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di Saverio Lodato – 24 maggio 2014

Io non ci trovo niente di male nel fatto che sulla mafia vengano scritti libri “negazionisti”. In Italia non c’è solo libertà di parola, c’è anche libertà di scrittura. E’ messa in Costituzione persino la “libertà di corrispondenza”. Siamo il paese delle libertà, non c’è che dire. Ricordo vecchi libri – ad esempio: ne possiedo uno del giornalista Guido Quaranta, intitolato “Scusatemi, la mafia non esiste” – che mettevano in fila perplessità e dubbi, riserve e magari pregiudizi, perché sono occorsi decenni prima di riuscire a prendere le misure al “mostro”, chiamandolo per quello che era, raccontandolo per quello che faceva.
Esistono, nel mondo, fior fiore di storici “negazionisti” che hanno esercitato la loro libertà di scrittura sino al punto da negare l’esistenza dell’Olocausto, di Buchenwald e Auschwitz, definendo fotomontaggi alleati le montagne dei cadaveri delle vittime.
E, senza prenderla troppo alla lontana, non esistono anche quelli che equiparano la Resistenza partigiana alla Repubblica di Salò?
Solo per dire che il “negazionismo” c’è sempre stato, nei campi più disparati, e troverà sempre schiere più o meno nutrite di ammiratori. Come legioni di ammiratori continueranno a credere nell’esistenza dei “Protocolli di Sion”, o nei finti diari di Mussolini, a cura del Marcello Dell’Utri, giusto per restar nei paraggi di casa nostra. Crediamo di esserci spiegati.
In questi giorni, si parla di un libro del  professore Giovanni Fiandaca, facendo un grave torto al suo “coautore”, lo storico Lupo, che non è proprio da sottovalutare: essendo lui, forse, l’unico storico al mondo (e questo, ormai, è primato esclusivo del professor Lupo, essendo venuto a mancare il suo maestro, lo storico Francesco Renda, che la pensava allo stesso modo) a negare il patto fra gli americani e la mafia per lo sbarco in Sicilia. Anche quello del professor Lupo, senza togliere nulla al Fiandaca, è un palmares, lo ammetterete, di tutto rispetto.

La circostanza poi che si siano trovati insieme per il colpaccio negazionista, non potrebbe essere spiegato meglio da un noto detto siciliano che così recita: “nuddu si pigghia si un si rassimigghia” (nessuno si prende se non si rassomiglia). E Fiandaca e Lupo devono assomigliarsi parecchio.
La loro tesi di fondo è: non ci fu mai trattativa fra lo Stato e la mafia; ammesso e non concesso che ci sia stata, non costituisce reato; e, indipendentemente da tutto, quando si tratta lo si fa per il bene degli altri, per salvare la vita degli altri. Ridotto in soldoni, il libro è questo.
Ma i due autori, non paghi, perché posseduti oltre misura dal demone del “bastian contrario”, hanno dato vita a una gazzarra polemica che ha finito con l’andar di cozzo con i magistrati che quel processo contro la Trattativa hanno istruito e ora stanno cercando – nonostante tuoni e fulmini di Giorgio Napolitano – di celebrare. Fatte le debite proporzioni, è come se gli storici negazionisti dell’Olocausto si fossero gettati a corpo morto negli ingranaggi del Processo di Norimberga nel disperato tentativo di farlo saltare.
Ma anche in questo caso, lasciatemelo dire, io non ci trovo nulla di male nella foga oratoria dei due autori. Non tutti ricordano, ad esempio, che il professor Fiandaca scrisse su Repubblica di Palermo, una raffica di concettosi articoli in cui sosteneva: “il professor Franco Renda e’ reo di avere osato pensare che la mafia può considerarsi sconfitta quando, come oggi avviene, i politici non sono più in grado di coprirla impunemente”: correva il giorno di grazia del 23 luglio 2003.  Ma dalla mafia “che è stata sconfitta”, oggi Fiandaca, disponendo di un suo personalissimo “borsino” sull’argomento, bontà sua, vira su una tesi più modesta: “la mafia non ha vinto”. Piangiamo con un occhio.
Dei precedenti del Lupo ho già detto. Ecco perché io non mi meraviglio.
E’ di altro, semmai, che mi meraviglio. Mi meraviglio del fatto, questo sì, che il professor Fiandaca abbia spasmodicamente cercato di adoperare le sue tesi, e i suoi anatemi contro i magistrati antimafia di Palermo, “per qualche preferenza in più”, essendo stato candidato dal Pd alle europee di domenica. Il professor Fiandaca, e il professor Lupo che gli porta la borraccia, attaccando visceralmente la Procura di Palermo che cerca disperatamente di indagare, non vedono il rischio di accarezzare il pelo mafioso in una città che si chiama “Palermo”?
Il professor Fiandaca, vuole forse essere eletto per andare a raccontare in Europa che lo Stato non ha mai traccheggiato con la mafia? Ed è per questo che una decina di dirigenti del PD siciliano, tutti l’un contro l’altro armati (e su tutto), si sono trovati d’accordo solo sulla candidatura del Fiandaca, perché un “portavoce” migliore di lui non potevano trovarlo? E quanto al PD, sedicente erede di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, è a questo che si è ridotto? O tempora, o mores!, verrebbe da dire.
Ma andiamo avanti. Qualche giorno fa, il professor Fiandaca, – bisogna sempre diffidare dall’ascoltare la voce del “bastian contrario” – ha detto che per lui Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia, gli ricordano “gli ultimi giapponesi”.
Si dà il caso che il 14 gennaio di quest’anno, si è spento, alla veneranda età di 91 anni, Hiroo Onoda. Fu lui, “l’ultimo giapponese” catturato nella giungla delle Filippine nel 1974, a trent’anni dalla fine della guerra. E in segno di resa consegnò il katana a Marcos, all’epoca presidente delle Filippine. Per trent’anni Onoda non seppe, o non volle credere, che il “suo” imperatore Hiroito, era stato costretto a firmare l’atto di resa dopo la “pioggia nera” – come la chiamarono i giapponesi- di Nagasaki, che aveva fatto seguito, tre giorni dopo, a quella di Hiroshima. Onoda scrisse un bel libro sulla sua storia dal titolo “Non mi arrendo”.
Da allora, quando si dice di qualcuno che è l’”ultimo giapponese”, lo si qualifica come colui che non sa che la guerra è finita da tempo, che la resa è stata firmata, che è giunto il momento di tornare a casa.
Voce dal sen fuggita, quella di Fiandaca.
Ché – evidentemente – lui sa benissimo che l’atto di tregua fra Stato e Mafia è stato firmato da tempo. Ché – evidentemente – lui invita Di Matteo e i suoi colleghi a consegnare il “katana” dell’azione penale nelle ferme mani di Giorgio Napolitano. Ché, volendola dire tutta, la lotta alla mafia per il professor Fiandaca val bene un pugno di preferenze per essere eletto a Strasburgo.

TRATTO DAL SITO ANTIMAFIA DUEMILA