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‘NDRANGHETA, ARRESTATO IL LATITANTE GIUSEPPE GIORGI

Pubblicato da Luca Cianflone il 03/06/2017

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Ieri, 2 giugno 2017, il latitante Giuseppe Giorgi è stato assicurato alla legge dagli uomini del Reparto operativo di Reggio Calabria, congiuntamente allo Squadrone Cacciatori Calabria.
I carabinieri dopo anni di lavoro ed investigazioni hanno arrestato il super-latitante nascosto nel camino della sua abitazione a San Luca, esponente di spicco della locale di San luca, cosca Romeo.
Il Giorgi, detto “u capra”, cassiere della locale, oggi cinquantaseienne, era ricercato dal 1994,avrà ora quasi 30 anni da scontare in prigione per sentenze passate in giudicato per i reati di associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti.

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Il commento del mafioso dopo ore in cui i carabinieri cercavano di stanarlo sembra sia stato il solito: “Bravi,mi avete preso” ed altri complimenti agli investigatori; dopo aver rassicurato la famiglia, ha seguito i carabinieri in caserma. Durante il tragitto che conduceva il boss dalla sua abitazione alla macchina dei carabinieri, il Giorgi si è fermato a stringere le mani ( anche un baciamani) di alcuni civili accorsi per dimostrare il proprio rispetto al boss.
Quello su cui vorrei fermarmi e ragionare è sicuramente questo atteggiamento dei compaesani del Giorgi, stigmatizzato giustamente dai media, ma non sviscerato come meriterebbe; dipingendo o lasciando intendere tra le righe, quanto il popolo calabrese, specie in determinate zone, sia sodale con i mafiosi… Ecco questo è il punto che mi preme: quelle persone non si sono lanciate a salutare e rendere omaggio al padrino in segno di rispetto contrapponendo quindi il loro implicito disappunto alle forze dell’ordine, nel linguaggio muto della ‘ndrangheta, quello stringere la mano al boss poteva voler dire a lui ed ai suoi uomini che loro non hanno parlato, non hanno fatto la “spia”…
Per chi non vive in determinate zone, è facile scandalizzarsi per atteggiamenti del genere e giudicare chi con la mafia ci deve condividere il proprio paese, chi ci abita vicino, chi ci è cresciuto insieme, chi condivide negozi e locali tutti i giorni… E’ semplice giudicare e fraintendere atteggiamenti per chi si dimentica o fa finta di non sapere che nello Stato di oggi molti di noi, in Lomabrdia, Liguria, Emilia, Piemonte, Svizzera, Germania, probabilmente ovunque, sono andati a far la spesa in un negozio di appartenenza mafiosa, ma per costoro che continuano a voler ignorare il mondo che li circonda, dicevo, è facile stigmatizzare un popolo, stupirsi per atteggiamenti del genere, credersi migliori di loro e quindi giudicarli quasi come mafiosi essi stessi! A questi vorrei ribadire il concetto che fu di Falcone e Borsellino ed oggi di chi la mafia la combatte davvero come il procuratore Gratteri, la lotta alle mafie non va chiesta ai cittadini, non abbiamo bisogno di eroi, ma necessitiamo di uno Stato forte e presente nelle zone dove la mafia nasce e comanda. In special modo nel caso della ‘ndrangheta, per quanto possano esser lontane le città in cui operano gli ‘ndranghetisti, il luogo di comando, la locale di riferimento rimane il luogo di provenienza della cosca.

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Lo Stato deve essere presente in quelle zone, non mettere i cittadini in condizione di dover interpretare sceneggiate del genere. Questo compito non può e non deve essere affidato unicamente a magistrati e forze dell’ordine, questo è un dovere che deve assumersi lo Stato in tutte le sue estensioni; a cominciare da leggi e riforme che da anni la magistratura chiede, investimenti per quelle regioni abbandonate ai tentacoli delle mafie, più risorse e uomini per gli inquirenti, ma prima di tutto urge cultura antimafia, informazioni e possibilità per i giovani. Noi, loro saranno il futuro; il cambiamento e la lotta alla mafia dovrà camminare sulle loro gambe, se lo Stato continuerà a concedere loro solo la possibilità di dover scappare da quelle terre, o di rimanerne altrimenti prigionieri, l’Italia non potrà far altro che peggiorare. Soprattutto in un momento di crisi in cui gli unici ad avere liquidità e va da se possibilità di lavoro, quindi consenso forzato, dipendenza, sono proprio le mafie, per alcune zone, la carriera mafiosa rappresenta quasi l’unica speranza per un futuro, quelli che non accettano ciò, sono costretti ad andarsene, lasciando una volta di più i paesi in mano alle cosche.

Smettiamola di chiedere ai cittadini di essere eroi, smettiamola anche di aspettarci che i magistrati sostituiscano lo Stato, non spetta loro reprimere un fenomeno sociale, loro hanno il compito di perseguire chi compie reati e con la loro esperienza aiutare i governi a combatterli e prevenirne la diffusione, non dobbiamo chiedere altri Falcone e Borsellino… loro furono la sconfitta più grande per lo Stato italiano, non si seguirono loro richieste, si dovettero esporre in prima persona, quindi furono isolati e delegittimati, per la mafia fu semplice interrompere il loro lavoro, appunto perchè erano soli, non punta di eccellenza di uno Stato unito nella lotta, ma eroi soli, ed anche gli eroi muoiono.
Facciamo nostri i loro insegnamenti e chiediamo, esigiamo dallo Stato di più, non cerchiamo eroi, ma unità di intenti, è lo Stato tutto che deve lottare la mafia, non i cittadini, non gli eroi…