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FALCONE E BORSELLINO MERITANO LA VERITA’

Pubblicato da Luca Cianflone il 24/05/2017

”Sulle stragi vogliamo la verità per intero, non solo brandelli”

rita borsellino rai
Rita e Fiammetta Borsellino mettono all’angolo lo Stato in diretta tv

di Aaron Pettinari

“Vogliamo capire cosa ha portato alla morte di Paolo, cosa è successo in quei 57 giorni (trascorsi dalla strage di Capaci, ndr), vogliamo capire cosa c’era scritto nell’agenda rossa, quali sono i motivi per i quali bisognava fare subito fuori Paolo”. La voce di Rita Borsellino risuona forte da via d’Amelio, durante la trasmissione FalconeeBorsellino, l’orazione civile condotta da Fabio Fazio, Pif e Roberto Saviano su Rai1. Un appuntamento televisivo come non si vedeva da tempo sulla tv di Stato. Ci sono le testimonianze, gli interventi degli artisti, i collegamenti tra alcuni luoghi simbolo della vita professionale e privata di Falcone e Borsellino, come lo scoglio dell’Addaura, la biblioteca di Casa Professa, la casa di Falcone in via Notarbatolo, il Giardino della memoria a Capaci. Tre ore di diretta senza interruzioni pubblicitarie, nel giorno in cui a trionfare è stata più la retorica che le denunce. Una giornata dove a parlare con forza sono soprattutto le immagini d’archivio della Rai, servizi in cui si divulgano le voci di un tempo, da quelle dei due magistrati uccisi a quelle dei boss dietro le sbarre nei giorni del maxi processo. Il trionfo della retorica e delle solite promesse di Stato è stato rotto soprattutto grazie a due interventi che hanno messo da parte lo schema di “politically correct” che fino a quel momento era stato mantenuto. “C’è stata molta enfasi attorno a questo 25/o - ha avvertito la sorella di Borsellino - Io non vorrei che questo 25/o metta un punto a certe cose. E’ solo un anno in più del 24/o, e ancora una volta dobbiamo segnare un’assenza di verità e giustizia. I brandelli, i coriandoli di verità non ci interessano, la verità la vogliamo per intero”. E poi ancora: “Ci sono dei punti fermi da cui ripartire come delle sentenze, una che dice che la trattativa tra Stato e mafia c’è stata, che ci sono stati innocenti, poi colpevoli per altre cose, che sono finiti in galera perché qualcuno ha voluto mandarceli per dare in pasto all’opinione pubblica delle cose. Noi vogliamo sapere ora perché, a chi serviva e a chi è servito”. Accanto a lei, mentre parlava, spiccava l’immagine del presidente del Senato Pietro Grasso che, messo all’angolo, ha ribadito in diretta tv: “Abbiamo fatto passi avanti, continueremo a cercarla. Ci vorrebbe qualche altro collaboratore interno alla mafia o esterno alla mafia. Sappiamo da quello che abbiamo accertato che ci sono state delle presenze esterne: chi c’era? Perché c’era? Qualcuno sa”. Grasso ha anche ricordato di “avere fatto qualche passo in avanti” quando interrogò il pentito di Brancaccio, Gaspare Spatuzza. Questi svelò per primo i depistaggi nell’inchiesta sulla strage di via D’Amelio.

Fiammetta Borsellino e le “menti raffinatissime”
fiammetta borsellino rai

E giustizia sui depistaggi di Stato ha chiesto con determinazione la figlia del giudice Borsellino, Fiammetta, che per la prima volta è intervenuta da via d’Amelio: “Credo che con forza dobbiamo pretendere la restituzione di una verità. Non una verità qualsiasi o una mezza verità ma una verità che dia un nome e un cognome a quelle menti raffinatissime, come mio padre le ha definite, che con le loro azioni e omissioni direi, hanno voluto eliminare questi due reali servitori dello Stato”. “Quelle menti raffinatissime - ha aggiunto - che hanno permesso il passare infruttuoso delle ore successive all’esplosione che sapremmo essere fondamentali per l’acquisizione di quelle prove necessarie a uno sviluppo positivo delle indagini, quelle prove a cui mio padre e Giovanni tenevano così tanto”. Fiammetta Borsellino ha evidenziato proprio l’esistenza dei depistaggi nell’inchiesta giudiziaria sull’uccisione del padre: “Tutto questo per me e per la mia famiglia non può passare in secondo piano. Come non può passare in secondo piano, come, per via di false piste investigative, ci sono uomini, imputati per la strage di via d’Amelio, che hanno scontato anni di reclusione senza vedere in faccia i loro figli, esattamente come quei giovani poliziotti che sono morti in via d’Amelio e nella strage di Capaci. Questa restituzione di verità deve essere anche per loro”.
Ed infine ha concluso: “La verità è l’esatto opposto della menzogna. Ed è una cosa che dobbiamo cercare e pretendere ogni giorno e non di cui ricordarci soltanto nei momenti commemorativi. Solo così guardando in faccia i nostri figli potremmo dire loro di vivere in un Paese libero dal puzzo del potere e dal ricatto mafioso”.

Dentro la “parata” istituzionale
Parole, quelle delle due donne, che pesano come macigni su uno Stato che fino a quel momento si era gongolato nella sua “parata” istituzionale. Troppi i rappresentanti delle Istituzioni che si sono succeduti nel raccontare ai tanti giovani giunti da ogni parte d’Italia la “favola” di uno Stato trionfante e di una mafia “sconfitta”. E nel giorno del ricordo e della memoria non è bello leggere notizie come quelle pubblicate da ilgazzettinodisicilia.it con la Polizia che avrebbe ritirato gli striscioni del Garibaldi e del Cannizzaro di Palermo. Striscioni che evidenziavano l’isolamento e denunciavano proprio le passerelle in modo differente. “Non siete Stato voi, siete stati voi” metteva in evidenza il primo; “Il corteo siamo noi, la passerella siete voi”, insisteva il secondo. Niente da fare, anche se il dissenso era espresso in maniera intelligente e civile. Non è bello, poi, apprendere che Alfonso Giordano, presidente della Corte d’Assise che celebrò il maxiprocesso alla mafia, non ha preso parte alle commemorazioni in quanto, come lui stesso ha dichiarato, “non invitato”.

Oltre le parole
Tra le note positive, oltre alla presenza di tanti giovani uniti nel ricordo delle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (tra questi i 104 bambini dell’Orchestra “Falcone e Borsellino” di Catania che hanno suonato nell’Istituto comprensivo statale Falcone dello Zen, nel luogo del fallito attentato all’Addaura del 19 giugno del 1989 e nella Cappella Palatina, a Palazzo dei Normanni) è stato l’aver finalmente reso onore agli agenti di scorta, non solo chiamandoli per nome (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina) ma anche dando voce ai sopravvissuti che spesso sono dimenticati. Così in questa giornata hanno preso la parola Giuseppe Costanza, Antonino Vullo e Giovanni Paparcuri ed un pensiero è stato rivolto ad Angelo Corbo, Gaspare Cervello e Paolo Capuzzo. Sotto l’albero di Falcone in via Notarbartolo è intervenuto don Luigi Ciotti, che ha puntato il dito contro “l’antimafia di facciata”, ed anche contro la corruzione definendola come una “peste, per cui è sempre più difficile distinguere tra crimine organizzato, politico ed economico. Per questo dobbiamo impegnarci di più tutti, la speranza si costruisce insieme”.
don ciotti rai

Roberto Saviano, nel leggere l’ultima lettera di Borsellino (“un messaggio di speranza, nonostante sapesse che il tritolo per ucciderlo era già arrivato in Sicilia”), ha ricordato come “oggi sta tornando in maniera rischiosa la cultura del silenzio”. Eppure in pochi hanno riflettuto su quanto avvenuto appena un giorno prima (la morte di un boss mafioso ucciso alla “vecchia maniera” per le strade di Palermo) e quasi nessuno (nemmeno lo stesso scrittore) ha sottolineato come a 25 anni di distanza un magistrato, Antonino Di Matteo, è oggetto di una condanna a morte e di un progetto di attentato con duecento chili di tritolo nascosti chissà dove nella città di Palermo. E’ il non detto che pesa più di mille parole. Tra gli “addetti ai lavori” solo il Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, intervistato da Il Fatto Quotidiano, ha evidenziato certi fatti, mettendo in fila le zone d’ombra presenti nelle viscere delle stragi che hanno insanguinato il nostro Paese.
Una voce fuori dal coro come quella del procuratore generale di Napoli, Luigi Riello, che, intervenendo alla manifestazione “Palermo chiama Italia”, ha speso una parola anche sul processo più scomodo d’Italia, quello in corso a Palermo sulla trattativa Stato-mafia. Un processo che “deve portare alla luce tutto quello che fu fatto”. Fatti particolarmente scomodi da ricordare in una diretta tv. Ci hanno pensato Rita e Fiammetta a ricordare che venticinque anni dopo la strada per la verità, quella necessaria per avere una vera giustizia, è ancora in salita.

TRATTO DAL SITO ANTIMAFIA2000

LO VOI CAPO PROCURA DI PALERMO , CON QUALI MERITI?

Pubblicato da Luca Cianflone il 22/12/2014

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Se chiedessi a ciascuno di voi, anche ai meno informati: la procura di Palermo è una delle più importanti d’Italia? Si. Dovendone nominare il capo, scegliereste uno dei maggiori esperti e attivi procuratori o nominereste un magistrato senza esperienza e caratteristiche idonee? La risposta è semplice…
Sì, la risposta è scontata anche in Italia, ma scommetto che non è la vostra… Qualche giorno fa, infatti, il Presidente Giorgio Napolitano ha nominato Francesco Lo Voi, Procuratore capo della procura di Palermo; cioè condottiero, parafulmine, garante, di quei magistrati che stanno cercando di fare luce sugli  anni della accertata, non più presunta (nonostante alcuni ancora si ostinino ad aggettivarla così), trattativa Stato-mafia, capo di Antonino Di Matteo, minacciato da Riina in persona e pm per cui diversi pentiti affermano ci sia già l’esplosivo di cosa nostra pronto per il suo attentato.
Lungi dal voler attaccare Lo Voi persona, quello che desta dubbi è il fatto che il neo Capo procuratore non conduce indagini giudiziarie da quasi vent’anni, la sue esperienze lavorative, se pur in passato si sia occupato di diversi processi di mafia, non lo delineavano certo come favorito alla successione di Messineo a Palermo; ciò nonostante, ha sbaragliato la concorrenza di Lo Forte e Lari, andando ad occupare una poltrona “scottante”.
Da Ingroia a Salvatore Borsellino, passando dal Fatto Quotidiano e da Antimafia Duemila, l’interpretazione di questa mossa del Csm è univoca: Lo Voi è stato eletto perchè andava  bene a tutte le parti politiche in gioco. Spingendosi ancora oltre, ma non troppo, eredità anche lui del “patto del Nazareno”. Piace a sinistra, piace a destra, piace soprattutto al re, il quale forse spera come tanti, TROPPI!, che Lo Voi riesca a moderare, perchè no, sotterrare, il processo più scomodo e antipatico della storia moderna italiana, il processo che si sta tenendo per l’appunto a Palermo, in cui sono coinvolte diverse figure politiche ed istituzionali, il processo trattativa Stato-mafia.
Pronto e speranzoso a ricredermi presto, Lo Voi non sembra proprio rappresentare quella figura forte, decisa, capace di difendere e sostenere i suoi pm e il loro lavoro.
Questa elezione fa correr la memoria alla mancata nomina di Falcone alla fine degli anni 80, in ballo allora c’era il posto di capo ufficio istruzione al tribunale di Palermo, posto lasciato, quasi in eredità da Caponnetto all’amico fraterno e collega Giovanni Falcone, ma anche li, il Csm stupì tutti e nominò Meli, con la motivazione dell’anzianità che s’impose sull’infinita ed invidiata esperienza di Giovanni in ambito mafioso.
Lo Voi appare già, diciamo “accomodante”, nelle polemiche di quegli anni, infatti dopo la strage di Via D’Amelio, dove perse la vita Borsellino, (meno di due mesi dopo l’uccisione dell’amico Falcone), diversi magistrati di Palermo firmarono un appello per l’allontanamento di Giammanco, Lo Voi si rifiutò.
Quindi fatti due ragionamenti sul suo passato, le sue nomine e suoi ruoli, appare evidente che nessuno di noi avrebbe mai nominato un candidato del genere a capo di una delle più importanti procure d’Italia, anche solo per non dare adito a queste polemiche, a questi dubbi; ma siamo in Italia… Paese in cui abbiamo avuto ministri, presidenti, senatori, collusi e condannati per mafia, uno Stato in pieno disfacimento, colluso con mafie, massoneria, fasci e altro ancora, un paese in cui la parola politica ha perso completamente il suo valore primordiale, uno Stato in cui arrivi in alto solo se sei ricattabile, in cui se non sei sporco di tuo, non ti preoccupare, ti sporcherai presto. Un paese in cui il tasso di corruzione è uno  dei più alti d’Europa, la disinformazione dilagante, la codardia e l’egoismo sono le parole che ormai sembrano inghiottirci. Un paese in cui invece di sostenere, proteggere, garantire i magistrati e i loro collaboratori, li si delegittima, li si abbandona o addirittura denuncia o minaccia, sempre pronti però a portare un mazzo di fiori il giorno dei loro funerali… Borsellino e Falcone sono stati uccisi perchè lasciati soli, non più ingranaggi di un meccanismo, non più soldati di un esercito schierato contro la mafia, ma martiri abbandonati perchè scomodi, sotto il fuoco nemico e non solo…
Questo è il paese in cui viviamo e, continuando a vedere le piazze vuote, questo è forse il paese che ci meritiamo…

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ANTONINO DI MATTEO IN PERICOLO…

Pubblicato da Luca Cianflone il 16/11/2014

Il tritolo c’è, il bomb jammer no:
così il pm Di Matteo è a rischio

Il dispositivo elettronico in grado di neutralizzare qualsiasi ordigno esplosivo non è mai stato messo a disposizione della scorta del magistrato palermitano. Un anno fa il ministro Alfano aveva assicurato: “Arriverà al più presto”

di Giuseppe Pipitone

16 novembre 2014

Angelino Alfano lo aveva annunciato quasi un anno fa: “Il bomb jammer per il pm Di Matteo? È già stato messo a disposizione” aveva detto il ministro dell’Interno, dopo aver partecipato al vertice del comitato per l’ordine e la sicurezza, convocato alla prefettura di Palermo proprio per incrementare la sicurezza del pm minacciato da Riina. E invece undici mesi dopo a Palermo non si è vista traccia alcuna del jammer, il dispositivo elettronico in grado di bloccare le frequenze radio, neutralizzando così qualsiasi ordigno esplosivo piazzato nei pressi delle auto blindate dei magistrati.

Interrogazioni parlamentari, dichiarazioni di Salvatore Borsellino, manifestazioni e cortei delle associazioni antimafia: tutte azioni per chiedere al governo di concedere alla scorta del pm l’utilizzo del jammer. Niente da fare però: nonostante le decine di rassicurazioni il congegno elettronico da Roma non è mai arrivato. Ufficialmente dicono che il dispositivo è ancora in fase di sperimentazione per saggiare i possibili effetti collaterali. In realtà il Jammer è stato già utilizzato diverse volte, per scortare i capi di Stato stranieri in visita nel nostro Paese: fonti interne agli apparati raccontano poi di come persino la scorta di Renato Schifani lo abbia utilizzato in alcune trasferte palermitane dell’allora presidente del Senato. Per Di Matteo, però, il jammer non c’è. Nemmeno adesso che è arrivata la “cantata” di Vito Galatolo, il boss dell’Acquasanta che ha raccontato come a Palermo sia già arrivato il tritolo per fare fuori il pm, titolare dell’ inchiesta sulla Trattativa Stato mafia. E a volere quell’attentato sarebbe non sarebbe solo Cosa nostra. Anzi, a far fuori Di Matteo, secondo Galatolo,  “sono interessate anche entità esterne”. Quali entità? E per quale motivo?

Di sicuro c’è solo che Di Matteo è da più di un anno e mezzo al centro di una strategia della tensione che mixa minacce, allarmi bomba e confidenze provenienti dal ventre molle di Cosa nostra raccontano di un attentato già in fase preparatoria. L’escalation di minacce era cominciata con una lettera anonima arrivata in procura, dove l’estensore spiegava come “amici romani” di Matteo Messina Denaro avessero già decretato la morte del pm, perché qualcuno non voleva un governo fatto di “comici e froci”. L’attentato contro Di Matteo era stato ordinato, secondo l’anonimo estensore anche da Totò Riina: fattispecie verificata alcuni mesi dopo, quando le microspie piazzate nel carcere milanese di Opera avevano intercettato il capo dei capi mentre emetteva la sua sentenza di morte. È da quel momento che scatta l’allerta al palazzo di giustizia e la scorta di Di Matteo viene potenziata. Ai cinque carabinieri predisposti all’inizio per tutelare la sicurezza del magistrati, vengono affiancati gli uomini del Gis, il Gruppo intervento speciale dei Carabinieri, teste di cuoio addestratissime per ogni evenienza. Anche il parco automobili è stato di recente rafforzato: alle due jeep con un livello di blindatura medio è stato aggiunto un altro suv, con blindatura B6, resistente a colpi ripetuti di Kalashnikov. Solo che la nuova auto, quella messa a disposizione di recente per proteggere meglio Di Matteo, non è dicolore grigio come le altre, ma nera: un dettaglio importante per ipotetici attentatori che capirebbero facilmente in quale jeep si trova il pm. “Il problema maggiore – dicono però i ragazzi della scorta – non è uno scontro a fuoco o un attentato con fucili mitragliatori o armi da fuoco: il vero problema è un attentato con il tritolo, a quello non si scampa neppure con le auto più blindate del mondo”. L’unico modo per disinnescare una nuova possibile strage e salvare la vita a Di Matteo e ai ragazzi della scorta è appunto il Jammer: che però da Roma qualcuno continua a non spedire a Palermo. Dove il tritolo per Di Matteo sarebbe già pronto: un attentato voluto anche da ambienti esterni a Cosa Nostra. Che in questo momento andrebbe a segno perché ambienti interni allo Stato bloccano l’arrivo del congegno anti bomba per il pm più a rischio d’Italia.

TRATTO DA L’ORA QUOTIDIANO

Queste le parole del pm, durante la manifestazione organizzata in suo sostegno:

“Io non so cosa accadrà ho solo una speranza nel cuore, la speranza che conserverete sempre questa passione civile”
Ed ancora:
“Soprattutto mi rivolgo ai ragazzi, ai giovani; ho la speranza che non vi adeguerete mai all’andazzo prevalente di un Paese sempre più indifferente alla giustizia e insofferente alla verità e all’indipendenza della magistratura ed alla tutela vera dei valori costituzionali. Ho questo sogno nel cuore. Solo voi cittadini e sopratutto giovani avete la possibilità di cambiare le cose, di sconfiggere la mafia, la corruzione la mentalità mafiosa dell’appartenenza del potere fine a se stesso. Coltivate il vostro sogno e perseguite con forza i vostri ideali”.Ha concluso così: “Comunque vada avrete combattuto per rendere più giusto e libero il Paese sarà stata una giusta battaglia”.

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SABINA GUZZANTI E IL TWEET INCRIMINATO

Pubblicato da Luca Cianflone il 13/10/2014

Italy Venice Film Festival 2014

 

Marco Travaglio mi difende. Nelle prossime ore scriverò qualcosa anch’io suppongo, ma sarebbe bello che interveniste in tanti. La mia provocazione non è adatta ai tempi è evidente, ma ho detto una cosa giusta nella sostanza:
1) tutti gli imputati hanno diritto di assistere a tutte le fasi del loro processo.
2) è più importante trovare i traditori nelle istituzioni, complici dei mafiosi, che preoccuparsi di esprimere condanna morale ai mafiosi già in galera da vent’anni.
3) non consentire agli imputati di partecipare al processo rischia di fare annullare il processo.
Ma ho sbagliato a fare quel twet è indubbio perché i miei centoquaranta caratteri sono stati strumentalizzati da cani e porci e diretti tutti contro il film sulla trattativa per scoraggiarne la diffusione. Possibile che tutte le cose gravissime che si dicono nel film e sconvolgono gli spettatori non abbiano sucitato alcun dibattito né sui giornali né in tv e che su un Twet si scateni la pubblica condanna? Michele Serra sostiene che nemmeno Pasolini si era spinto tanto oltre. Quindi ammesso che sia vero, pure Pasolini va usato come un confine, un paletto, non come un esempio di libertà di pensiero? O intende che il modo in cui è stato ucciso a pugni e calci gli ricorda vagamente il linciaggio che mi stanno infliggendo e a cui lui stesso partecipa? Riesco ancora a stupirmi di tanta slealtà, di tanta disonestà.

Questo l’articolo di Sabina Guzzanti scritto in risposta all’eco di condanna, alzatasi dopo il tweet della comica(ed ora regista del film ” LA TRATTATIVA”), composto dopo la decisione di non far partecipare Riina e Bagarella all’udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia che si terrà a fine ottobre al Quirinale, dove verrà sentito Napolitano. Questo il tweet:Solidarietà a Riina e Bagarella privati di un loro diritto. I traditori nelle istituzioni ci fanno più schifo dei mafiosi”.

Lo dico subito, il messaggio è forte, nella forma abbastanza antipatico, la prima frase è un pugno allo stomaco,( anche se i diritti devono essere di tutti), quindi il concetto è duro, ma vero e attuale; la seconda frase è, a mio avviso, la chiave di volta per capire il senso del messaggio. La Guzzanti continua la sua lotta, la nostra lotta contro quei patti, quei silenzi, quelle condivisioni di intenti, in poche parole, quella trattativa verificatasi più di vent’anni fa, ma che ancora oggi sembra attuale, purtroppo…
L’ondata di attacchi, di aggressioni e accuse verbali, a cui è sottoposta la regista, sono immeritate, strumentali e sintomatiche di una politica e di una stampa ( salvo eccezioni ), schierate con chi questi patti occulti, questi rapporti, non vuole proprio che si sappiano…
L’accusa che va per la maggiore è che questo tweet fosse un modo per far pubblicità al suo film; io difendo le intenzioni della Guzzanti, forte del suo impegno, dicendo inoltre che fosse anche questo il motivo ( e non lo è), non sarebbe comunque uno sfruttare la vicenda per scopi altri, ma proprio per far conoscere al pubblico tutto quello che è “Stato” in quei primi anni 90′ e non solo, denunciando come cosa nostra abbia potuto pensare e realizzare le uccisioni di Falcone e la moglie, Borsellino, gli uomini di scorta e le vittime degli attentati di Firenze e Milano.
Per chi ha avuto il tempo e l’interesse di seguire le udienze, ancora in corso, dei processi che indagano sui rapporti tra istituzioni e mafiosi, sarà quantomeno consapevole del fatto che gli eventi raccontati, gli incontri denunciati in quelle aule, avrebbero dovuto invadere l’informazione tutta, invece nulla… Anzi se l’informazione si fosse tenuta fuori del tutto sarebbe stato meglio, invece qualcosa è stato scritto  e detto, peccato fossero mezze verità o eventi di poco conto. Ma si sa, come ricordava Carmelo Bene, citando Derrida, la stampa informa i fatti, mai sui fatti.
Per questo motivo mi permetto di dire che il tweet di Sabina sarebbe stato meglio non farlo con quelle parole, il risultato era preventivabile, gli si sono scagliati addosso tutti coloro che o non conoscono l’impegno della stessa, o si sentono loro stessi in difetto nei confronti di una persona che ha sempre difeso ciò in cui credeva e sposato lotte “scomode”, consapevole di opporsi ad una stampa di schierata e succube dei poteri forti, un’informazione che ci disinforma dandoci l’idea del contrario!
Alcune risposte offese  sono arrivate anche da persone al di là di ogni sospetto, una su tutte Maria Falcone; la quale ha espresso il suo disgusto per queste parole, ricordando chi sono e cosa hanno fatto Riina e Bagarella, giustissimo e non posso non capire il suo ragionamento, ma mi permetto di sottolineare il senso profondo, il concetto che la Guzzanti ha forse male sintetizzato in quel tweet, la sua totale opposizione alla mafia, ma una suo impegno, una sua volontà ancor maggiore, se possibile, per quei colletti bianchi, per quei funzionari di Stato, che hanno permesso a individui come u “zi Toto”, di fare tutto quello che hanno fatto, i cugini Salvo e Salvo Lima ne sono un esempio, uno solo però!

Vi allego gli articoli di Salvatore Borsellino e Marco Travaglio, in cui i due paladini dell’informazione e antimafia, difendono Sabina Guzzanti

Salvatore Borsellino: “condivido parole Guzzanti, traditori dello Stato fanno più schifo dei mafiosi”

QuiRiinale Travaglio difende la Guzzanti