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GIOVANNI FALCONE ASPETTA RISPOSTE

Pubblicato da Luca Cianflone il 23/05/2018

Oggi 23 maggio è l’anniversario dell’uccisione di Giovanni Falcone, della compagna e della scorta, nell’attentato dinamitardo di Capaci del 1992.
Il mio articolo che allegherò di seguito è di qualche anno fa ma la situazione non è cambiata molto…
Con la sentenza e le condanne avute al ” Processo trattativa Stato-mafia” l’urlo di chi vuole giustizia e verità non può che esser cresciuto.
Un Paese libero e civile, preso atto dell’ennesime evidenze emerse, dovrebbe con tutti i suoi organi ed istituzioni pretendere risposte, invece continua ad incensare Falcone, ricordandone la scomparsa quasi con sollievo e tralasciandone l’impegno di una vita.
La colpa è anche della gente comune, di noi cittadini, forse storditi da reality show e valzer politici, non esigiamo con forza giustizia e verità, non chiediamo che lo Stato si assuma le sue responsabilità e soprattutto non escludiamo dalla politica chi di quelle vicende fu partecipe, complice od silenzioso osservatore. Abbiamo forse smesso di fare il “tifo” per Falcone e Borsellino?

GIOVANNI FALCONE

PUBBLICATO DA LUCA CIANFLONE IL 23/05/2014

FALCONE AVANZA DALLO STATO DELLE RISPOSTE
LA SUA MORTE E QUELLA DI BORSELLINO SONO ANCORA AVVOLTE NELL’OMBRA

giovanni_falcone
La storia di Giovanni Falcone non va ricordata solo per quello che lui ha fatto contro la mafia, va ricordato, ribadito, gridato ad alta voce, tutto quello che altri, hanno fatto contro di lui, criticandolo, delegittimandolo, offendendolo, accusandolo e diffamandolo.
Dalla strage del 23 maggio 1992, in cui vennero uccisi il magistrato, la compagna Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta Vito SchifaniRocco Dicillo e Antonio Montinaro, si è potuto osservare un fiorire di amici e sostenitori di Falcone, nella realtà le cose andarono diversamente…
L’impegno del giudice siciliano, nato a Palermo nel 39, inizia nelle pretura di Lentini nel 1965 a soli 26 anni, l’anno seguente, venne trasferito al tribunale di Trapani, dove rimase per 12 anni, per poi far ritorno a Palermo sempre occupandosi di diritto civile. Nel 1979 si ebbe la svolta della sua vita, Falcone accettò l’offerta di Rocco Chinnici che gli consentì di occuparsi dell’ufficio istruzione della sezione penale, dove ritrovò il suo amico d’infanzia Paolo Borsellino. In questo contesto Giovanni studia la mafia, ne cerca i punti deboli e ne intuisce le peculiarità, capisce l’importanza di seguire le scie che i soldi sporchi lasciano, per trovare i pezzi grossi di questo malaffare, ma già allora richiama su di se tanta invidia, probabilmente il sentimento della mediocrità al cospetto di un grande impegno non solo lavorativo, ma morale. Dal diario di Chinnici emersero le parole dell’allora procuratore generale Pizzillo, il quale chiedeva a Chinnici di sommergere Falcone di processi semplici, impedendogli di scoprire alcun che, perchè stavano distruggendo l’economia siciliana.
In questo contesto nasce il Pool antimafia, creato da Chinnici, e proseguito da Antonino Caponnetto, dopo l’assassinio del primo ad opera della mafia. Nel 1984 si concretizza la realizzazione del Pool, diretti da Caponnetto collaborano 4 magistrati, Falcone, Borsellino ( i due fuoriclasse), Di Lello e l’ultimo aggiunto Guarnotta. Grazie al lavoro del Pool si riescono a riunire tutti i puntini della moltitudine di processi in cui si sentiva odore di mafia, costituendo un disegno unitario in cui i fenomeni mafiosi venivano riassunti in un’unica associazione, favorendo così la perseguibilità della stessa e facilitando i magistrati e i giudici nei loro compiti.

Il vero successo di Falcone, Borsellino e dei loro colleghi fu l’istituzione del Maxiprocesso. Un contributo determinante lo dette il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta. La testimonianza del cosiddetto pentito, si unì ai veri e propri studi fatti da Falcone sulle migliaia di pagine di faldoni accatastati e  ormai coperti di polvere. La paura, il pericolo era che come già altre volte, l’enormità del processo rendesse problematico il suo successo, ma Falcone aveva lavorato bene, il suo esempio era seguito in tutte le procure, il giudice diventò il “Maradona” della magistratura. Paolo e Giovanni nell ’85 furono trasferiti all’Asinara per motivi di sicurezza, a Palermo non si era in grado di tutelare i due magistrati, erano stati appena assassinati il commissario Montana e il dirigente di polizia Cassarà e, quindi, li si spedì con le famiglie nel carcere dell’Asinara per completare l’impostazione del Maxiprocesso, salvo poi, come raccontato con ironia dal giudice Falcone chiedere  il conto del loro “pernottamento” durante la “vacanza”…

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Il suddetto processo,  iniziato nell’ 86, si concluse con un successo clamoroso del Pool e di Falcone in primis, la testimonianza di Buscetta risultò efficace e nell’ 87 la sentenza fu esemplare, 19 ergastoli, più di 2000 anni di reclusione, condannate oltre 300 persone, ma soprattutto si affermò con chiarezza l’esistenza della mafia, si sancì un punto di non ritorno  sulla lotta alle cosche mafiose. Ma la gioia di quel successo venne presto smorzato…
Nel gennaio 1988 il CSM dovette scegliere il successore di Caponnetto alla direzione del Pool, il posto spettava senza ombra di dubbio al naturale successore Falcone, ma il Consiglio scelse Antonino Meli perchè con più anzianità, dimenticando, tralasciando, il fatto che l’esperienza di Giovanni nella lotta alla criminalità organizzata era inarrivabile non solo in Italia, ma in tutto il mondo!
Questa bocciatura di Falcone scatenò un forte dissenso, Il magistrato si sentì tradito, abbandonato e soprattutto esposto alla vendetta della mafia perchè delegittimato. Dopo l’assassinio di Giovanni, Borsellino e Chinnici dichiararono che il loro amico aveva iniziato a morire nel gennaio 88. Falcone riprende il suo posto di servitore dello Stato nella procura di Palermo, tra veleni e contrasti, Meli finì per distruggere il Pool, costringendo l’eroe del Maxiprocesso a chiedere il trasferimento.
Da Marsala si alza l’urlo di protesta a sostegno dell’amico da parte di Paolo Borsellino, Falcone sembrava arrendersi e Paolo si schierò a  sua difesa ed a tutela del Pool ormai in disfacimento. In seguito venne ritirata la richiesta di trasferimento ma la situazione non migliorò, Falcone si vide inoltre preferito Sica, alla guida  dell’Alto Commissariato per la lotta alla Mafia, ma non si arrese e continuò il suo lavoro e il suo impegno antimafia.

Lettera di Giovanni Falcone al CSM, Palermo, 30 luglio 1988
Ho tollerato in silenzio in questi ultimi anni in cui mi sono occupato di istruttorie sulla criminalità mafiosa le inevitabili accuse di protagonismo o di scorrettezze nel mio lavoro. Ritenendo di compiere un servizio utile alla società, ero pago del dovere compiuto e consapevole che si trattava di uno dei tanti inconvenienti connessi alle funzioni affidatemi.[…] Paolo Borsellino, della cui amicizia mi onoro, ha dimostrato ancora una volta il suo senso dello Stato e il suo coraggio denunciando pubblicamente omissioni e inerzie nella repressione del fenomeno mafioso che sono sotto gli occhi di tutti. Come risposta è stata innescata un’indegna manovra per tentare di stravolgere il profondo valore morale del suo gesto, riducendo tutto a una bega tra «cordate» di magistrati, a una «reazione», cioè, tra magistrati «protagonisti», «oscurati» da altri magistrati che, con diversa serietà professionale e con maggiore incisività, condurrebbero le indagini in tema di mafia. […]
QUI LETTERA COMPLETA
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Il periodo più nero di Falcone doveva ancora arrivare, il 21 giugno 1989 il giudice fu vittima di un attentato per fortuna fallito. L’attentato venne a coronamento di mesi in cui Giovanni fu vittima di numerose accuse assurde da parte di lettere anonime spedite dal cosiddetto “corvo”, nelle quali si metteva in dubbio il valore e i metodi di Falcone, arrivando a dire che si lasciò  il pentito Contorno libero di prendersi la sua vendetta. Le accuse naturalmente non trovarono nessun tipo di conferma, ma l’idea era che diffamando, diffamando, qualcosa sarebbe rimasto.
L’attentato era organizzato in modo che quando il giudice e i suoi colleghi ospiti nella villetta di Falcone, si sarebbero diretti in spiaggia, sarebbe stato azionato il detonatore e fatto esplodere l’ordigno contenuto in una borsa da sub, composto da 58 candelotti di dinamite. La strage fortunatamente fallì, i magistrati ritardarono la pausa e successivamente la borsa fu individuata dagli uomini della scorta, che diedero l’allarme e misero i magistrati in sicurezza.
I protagonisti, i mandanti e le dinamiche dell’attentato sono ancora avvolte nel dubbio; da subito si cercò di sminuire l’atto, classificandolo come gesto intimidatorio, altri ancora accusarono il giudice di aver organizzato egli stesso l’attentato per farsi pubblicità… Da parte sua Falcone si trovò costretto a reagire e rilasciò un’intervista in cui parlò di “menti raffinatissime” e di “centri occulti di potere, capaci di orientare anche le scelte di cosa nostra”.
In questi ultimi anni sono state riprese le sentenze su questo fallito attentato anche grazie a dichiarazioni di alcuni pentiti implicati in prima persona nella vicenda. Le ricostruzioni dell’accusa fanno emergere le figure di due agenti riconducibili al SISDE, Agostino e Piazza, i quali agirono in prima persona affinchè gli uomini della scorta trovassero i candelotti.
I due agenti furono successivamente eliminati dalla mafia, uno ucciso con la moglie sulla soglia di casa davanti al padre, l’altro ucciso e sciolto nell’acido. Al funerale di Agostino, Falcone volle parteciparvi e dichiarò al padre dello stesso, che lui a quelle bare, doveva la vita.
Il peggio doveva ancora arrivare, Giovanni Falcone negli ultimi suoi anni di vita, venne criticato da amici e colleghi;  si criticò la scelta di Giovanni di accettare il ruolo propostogli da Martelli nella  Direzione Generale degli Affari Penali, vecchi amici come Orlando lo accusarono di tenere le carte con accuse ai politici chiuse nei cassetti, lo si accusò di essere poco aggressivo nella lotta dei politici collusi, credendo Falcone non indipendente, perchè facente parte del governo.
Queste accuse erano per la maggior parte fatte per scopi politici, non si perdonava a Giovanni l’appartenenza ad un governo che era implicato con diversi membri in relazioni dubbie con ambienti malavitosi.
Dal canto suo Falcone rispose con i fatti, combattendo la mafia con leggi specifiche ed essenziali per il contrasto alle organizzazioni, grazie alle sue conoscenze pratiche acquisite nel corso della sua carriera,leggi come il 41 bis, legge sui collaboratori di giustizia e confisca dei beni.
Arriviamo al 23 maggio di 22 anni fa, Falcone viene fatto saltare con un ordigno posizionato sotto l’autostrada all’altezza dello svincolo di Capaci. La sua morte arriva qualche mese dopo la sentenza di Cassazione del Maxiprocesso in cui erano stati condannati i boss del calibro di Riina e Provenzano. La risposta di Riina non si fa attendere, Falcone fu vittima della vendetta della mafia vincente dei corleonesi; Brusca e Gioè, due esponenti di cosa nostra fecero esplodere la carreggiata sotto le due macchine che accompagnano il giudice e la compagna a Palermo. Falcone morirà tra le braccia di Paolo Borsellino in ospedale, Paolo lo raggiungerà pochi giorni dopo, nella strage di Via D’Amelio.
Le morti dei due eroi della lotta alla mafia sono ancora oggetto di disquisizione nelle aule di tribunale, oggi inizia il processo Capaci Bis a Caltanissetta, il quale, insieme al Borsellino Quater, dovrà ricostruire la verità sulle due stragi, inserendo i due attentati nel contesto della ormai accertata trattativa Stato-mafia; dicendoci se la morte di Falcone è dovuta solo al volere di cosa nostra o se anche il suo sacrificio potrebbe essere stato parte determinante di quella trattativa che sembra aver visto Paolo una vittima essenziale, affinchè questo dialogo potesse essere segreto ma efficace, a tutela di quei politici collusi e minacciati dopo la sentenza di Cassazione del Maxiprocesso.
Prima ci dicevano che non ci fu nessuna trattativa, ora grazie ai pentiti mafiosi od ai loro figli, sappiamo che ci fu trattativa, allora ci hanno detto che ci fu, ma fu indispensabile per placare le stragi; le accuse sembrano evidenziare proprio il contrario, le stragi furono acuite per aumentare il peso della mafia al tavolo della trattativa Stato-mafia. Cosa ci diranno tra un po’? Certo, fosse per i nostri politici, verità non ne verrebbero a galla; chi per collusione, chi per senso di decenza dello Stato, non sembra che i membri, o ex membri delle istituzioni, si stiano impegnando affinchè si arrivi alla verità, anzi, il loro impegno lo stanno mettendo, ma al fine di impedire che questi processi, Palermo su tutti, possano arrivare a scoprire quelle verità scomode che abbiamo ormai intuito.
Falcone ogni anno viene ricordato e glorificato nelle piazze, i politici si sfidano a spedire la corona di fiori più bella, ma spesso si dimenticano di lottare e contribuire affinchè la sua memoria venga ripulita da tutte quelle ombre ed ingiustizie che l’hanno inquinata; non devono dimenticare, inoltre, di ricordare quanto lo Stato ed alcuni suoi membri, possano essere non sempre schierati dalla parte della giustizia, mettendo questo valore spesso in secondo piano, rispetto al proprio interesse.
La domanda che ancora attende risposte è, perchè se l’attentato dell’Addaura è riconducibile ai Servizi Segreti deviati, la strage di Capaci è un’altra cosa? Perchè quelle menti raffinatissime, di cui parla Falcone, non possano aver collaborato alla sua uccisione ?
I misteri sono ancora tanti, l’unica cosa che sappiamo per certo è che dobbiamo difendere con tutta la nostra forza il lavoro di Giovanni, imparare dal suo esempio, migliorando noi stessi, per poter migliorare il nostro paese e le nostre istituzioni, ricordarci di quanto lui e Paolo considerassero fondamentale il supporto della gente; nei giorni del Maxiprocesso Falcone disse all’amico Borsellino: LA GENTE FA IL TIFO PER NOI! Questo dobbiamo ricordarlo, i magistrati hanno bisogno del sostegno delle persone per bene, hanno bisogno di NOI, non importa se spaventati, la paura è l’anticamera del coraggio!

 

I FALSARI DELL’ANTIMAFIA

Pubblicato da Luca Cianflone il 28/05/2015

TRATTO DA ANTIMAFIA DUEMILA, SCRITTO DA SAVERIO LODATO

 

I falsari dell’antimafia

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di Saverio Lodato – 27 maggio 2015

Coraggio, non abbattetevi.
Coraggio, avete resistito 23 anni, credendo che ci fosse del vero nelle commemorazioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e dei dieci fra uomini e donne della loro scorte, separate appena da quei 57 giorni che separarono le rispettive stragi, di Capaci e via D’Amelio. E adesso, vi siete stancati.
Vi capiamo.
Commemorare, stanca.
Andare al cimitero, stanca.
Ricordare, stanca.
Fingere di indignarsi, stanca.
Pretendere di educare i giovani, stanca.
Aggrapparsi ai rami dell’”albero Falcone”, stanca.
Scrivere, stanca.
Coraggio, la meta è vicina: e la meta sarà quel venticinquesimo anniversario che, come tutte le “cifre tonde”, non passerà certo inosservato. Fra due anni sì, che ne vedremo delle belle.
In vista di allora, sarebbe auspicabile che sin da ora i migliori “intelletti” della nazione si mettessero all’opera per escogitare qualcosa di folgorante, di spettacolarmente visibile, a metà fra le coreografie cinesi dei giochi olimpici e i fuochi palermitani d’artificio per la “Santuzza”.
E la madrina dei festeggiamenti non potrà che essere Maria Falcone, la sorella del magistrato ucciso dalla mafia. Lo diciamo con tutto il rispetto dovuto ad un cognome eccelso, ma anche con tutto il fastidio provocato da una presenza che, perennemente muta, attraversa i 364 giorni dell’anno, in vista del nuovo anniversario. Maria Falcone, insomma, dicesse qualcosa, se ha da dirla, sui guai dell’”antimafia” di oggi. Oppure continui a tacere, come fa da 23 anni.
Andiamo avanti.
Il fatto è che sembra di capire, leggendo i commenti all’indomani del 23 maggio, che questa “antimafia” non vada più bene a nessuno.

Era ora.
Era ora che qualcuno si accorgesse che puttanaio è diventata la compagnia di giro che ruota attorno all’antimafia.
Ma qui, però, dobbiamo intenderci.
Di quale “antimafia” stiamo parlando?
Dell’”antimafia” romana che un giorno all’anno, il 23 maggio, viene a svernare a Palermo?
Dell’”antimafia” romana che un giorno all’anno sembra trasferire le massime cariche dello Stato nella terra del pomodoro Pachino e del basilico?
Dell’”antimafia” che si è fatta “antimafia” senza mai aver conosciuto la “mafia” in vita sua?
Sentiamo giovanotti di belle speranze, dalle idee siliconate, che, pur non avendo mai conosciuto i martiri in questione (è di Falcone e Borsellino che stiamo parlando), se non altro per ragioni anagrafiche essendo men che neonati all’epoca dei fatti, si impalcano per dire la loro, su come dovrebbe esser fatta l’”antimafia” (Quanti nomi ci passano per la testa, quante firme illustri, quante signore sedicenti “amiche di Giovanni”…)
Andiamo avanti.
Dicevamo prima: ma di quale “antimafia” stiamo parlando? Ecco, appunto.
Dell’”antimafia” che trova le porte spalancate a Palazzo Chigi, a Palazzo Madama, al Quirinale o in Vaticano?
O stiamo parlando di un‘altra “antimafia”?
Di un’”antimafia” minuscola, piccola piccola, quella che non compare nei tg, nelle prime pagine dei quotidiani, nelle rappresentazioni epiche del regime?
E’ stata fatta un’operazione sporca.
E cercheremo adesso di spiegarla in due parole.
E’ accaduto che in questi 23 anni di anniversari, anno dopo anno, su un piatto della bilancia veniva scaraventato il peso del passato, sotto forma di enfasi, di cerimonia, di retorica pomposa.
Il piatto del presente, dell’attualità, invece, restava vuoto.
Questo era il trucco, questo era il giochetto.
Un sottilissimo bisturi invisibile recideva così, per mano di istituzione, il filo fra passato e presente, fra il c’era una volta e il “qui e ora”.
Una cosa, insomma, era Falcone, una cosa sono le mafie romane.
Una cosa sono gli inquisiti per mafia, che non risparmiano più nessuna regione e nessun capoluogo di provincia e nessun partito, una cosa sono i “mafiosi” battezzati come tali da Falcone trent’anni fa.
Una cosa sono “quelli” di allora, una cosa sono “quelli” di oggi (Nino Di Matteo docet!).
Non facciamola troppo lunga.
In Italia, la mafia oggi c’è. Ce ne sono tante.
E che ci sia (e che ci siano), lo sanno in tutto il mondo.
Ma noi, che siamo un Paese di guitti, il 23 maggio e il 19 luglio facciamo finta di commemorare ciò che accadde. E ci diciamo “antimafiosi”.
Che in molti si siano stancati, è fisiologico.
(Anche se non occorrevano 23 anni per capire di quale delle due “antimafie” si stesse parlando).

saverio.lodato@virgilio.it

GIOVANNI FALCONE

Pubblicato da Luca Cianflone il 23/05/2014

FALCONE AVANZA DALLO STATO DELLE RISPOSTE
LA SUA MORTE E QUELLA DI BORSELLINO SONO ANCORA AVVOLTE NELL’OMBRA

giovanni_falcone
La storia di Giovanni Falcone non va ricordata solo per quello che lui ha fatto contro la mafia, va ricordato, ribadito, gridato ad alta voce, tutto quello che altri, hanno fatto contro di lui, criticandolo, delegittimandolo, offendendolo, accusandolo e diffamandolo.
Dalla strage del 23 maggio 1992, in cui vennero uccisi il magistrato, la compagna Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta Vito SchifaniRocco Dicillo e Antonio Montinaro, si è potuto osservare un fiorire di amici e sostenitori di Falcone, nella realtà le cose andarono diversamente…
L’impegno del giudice siciliano, nato a Palermo nel 39, inizia nelle pretura di Lentini nel 1965 a soli 26 anni, l’anno seguente, venne trasferito al tribunale di Trapani, dove rimase per 12 anni, per poi far ritorno a Palermo sempre occupandosi di diritto civile. Nel 1979 si ebbe la svolta della sua vita, Falcone accettò l’offerta di Rocco Chinnici che gli consentì di occuparsi dell’ufficio istruzione della sezione penale, dove ritrovò il suo amico d’infanzia Paolo Borsellino. In questo contesto Giovanni studia la mafia, ne cerca i punti deboli e ne intuisce le peculiarità, capisce l’importanza di seguire le scie che i soldi sporchi lasciano, per trovare i pezzi grossi di questo malaffare, ma già allora richiama su di se tanta invidia, probabilmente il sentimento della mediocrità al cospetto di un grande impegno non solo lavorativo, ma morale. Dal diario di Chinnici emersero le parole dell’allora procuratore generale Pizzillo, il quale chiedeva a Chinnici di sommergere Falcone di processi semplici, impedendogli di scoprire alcun che, perchè stavano distruggendo l’economia siciliana.
In questo contesto nasce il Pool antimafia, creato da Chinnici, e proseguito da Antonino Caponnetto, dopo l’assassinio del primo ad opera della mafia. Nel 1984 si concretizza la realizzazione del Pool, diretti da Caponnetto collaborano 4 magistrati, Falcone, Borsellino ( i due fuoriclasse), Di Lello e l’ultimo aggiunto Guarnotta. Grazie al lavoro del Pool si riescono a riunire tutti i puntini della moltitudine di processi in cui si sentiva odore di mafia, costituendo un disegno unitario in cui i fenomeni mafiosi venivano riassunti in un’unica associazione, favorendo così la perseguibilità della stessa e facilitando i magistrati e i giudici nei loro compiti.

Il vero successo di Falcone, Borsellino e dei loro colleghi fu l’istituzione del Maxiprocesso. Un contributo determinante lo dette il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta. La testimonianza del cosiddetto pentito, si unì ai veri e propri studi fatti da Falcone sulle migliaia di pagine di faldoni accatastati e  ormai coperti di polvere. La paura, il pericolo era che come già altre volte, l’enormità del processo rendesse problematico il suo successo, ma Falcone aveva lavorato bene, il suo esempio era seguito in tutte le procure, il giudice diventò il “Maradona” della magistratura. Paolo e Giovanni nell ’85 furono trasferiti all’Asinara per motivi di sicurezza, a Palermo non si era in grado di tutelare i due magistrati, erano stati appena assassinati il commissario Montana e il dirigente di polizia Cassarà e, quindi, li si spedì con le famiglie nel carcere dell’Asinara per completare l’impostazione del Maxiprocesso, salvo poi, come raccontato con ironia dal giudice Falcone chiedere  il conto del loro “pernottamento” durante la “vacanza”…

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Il suddetto processo,  iniziato nell’ 86, si concluse con un successo clamoroso del Pool e di Falcone in primis, la testimonianza di Buscetta risultò efficace e nell’ 87 la sentenza fu esemplare, 19 ergastoli, più di 2000 anni di reclusione, condannate oltre 300 persone, ma soprattutto si affermò con chiarezza l’esistenza della mafia, si sancì un punto di non ritorno  sulla lotta alle cosche mafiose. Ma la gioia di quel successo venne presto smorzato…
Nel gennaio 1988 il CSM dovette scegliere il successore di Caponnetto alla direzione del Pool, il posto spettava senza ombra di dubbio al naturale successore Falcone, ma il Consiglio scelse Antonino Meli perchè con più anzianità, dimenticando, tralasciando, il fatto che l’esperienza di Giovanni nella lotta alla criminalità organizzata era inarrivabile non solo in Italia, ma in tutto il mondo!
Questa bocciatura di Falcone scatenò un forte dissenso, Il magistrato si sentì tradito, abbandonato e soprattutto esposto alla vendetta della mafia perchè delegittimato. Dopo l’assassinio di Giovanni, Borsellino e Chinnici dichiararono che il loro amico aveva iniziato a morire nel gennaio 88. Falcone riprende il suo posto di servitore dello Stato nella procura di Palermo, tra veleni e contrasti, Meli finì per distruggere il Pool, costringendo l’eroe del Maxiprocesso a chiedere il trasferimento.
Da Marsala si alza l’urlo di protesta a sostegno dell’amico da parte di Paolo Borsellino, Falcone sembrava arrendersi e Paolo si schierò a  sua difesa ed a tutela del Pool ormai in disfacimento. In seguito venne ritirata la richiesta di trasferimento ma la situazione non migliorò, Falcone si vide inoltre preferito Sica, alla guida  dell’Alto Commissariato per la lotta alla Mafia, ma non si arrese e continuò il suo lavoro e il suo impegno antimafia.

Lettera di Giovanni Falcone al CSM, Palermo, 30 luglio 1988
Ho tollerato in silenzio in questi ultimi anni in cui mi sono occupato di istruttorie sulla criminalità mafiosa le inevitabili accuse di protagonismo o di scorrettezze nel mio lavoro. Ritenendo di compiere un servizio utile alla società, ero pago del dovere compiuto e consapevole che si trattava di uno dei tanti inconvenienti connessi alle funzioni affidatemi.[…] Paolo Borsellino, della cui amicizia mi onoro, ha dimostrato ancora una volta il suo senso dello Stato e il suo coraggio denunciando pubblicamente omissioni e inerzie nella repressione del fenomeno mafioso che sono sotto gli occhi di tutti. Come risposta è stata innescata un’indegna manovra per tentare di stravolgere il profondo valore morale del suo gesto, riducendo tutto a una bega tra «cordate» di magistrati, a una «reazione», cioè, tra magistrati «protagonisti», «oscurati» da altri magistrati che, con diversa serietà professionale e con maggiore incisività, condurrebbero le indagini in tema di mafia. […]
QUI LETTERA COMPLETA
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Il periodo più nero di Falcone doveva ancora arrivare, il 21 giugno 1989 il giudice fu vittima di un attentato per fortuna fallito. L’attentato venne a coronamento di mesi in cui Giovanni fu vittima di numerose accuse assurde da parte di lettere anonime spedite dal cosiddetto “corvo”, nelle quali si metteva in dubbio il valore e i metodi di Falcone, arrivando a dire che si lasciò  il pentito Contorno libero di prendersi la sua vendetta. Le accuse naturalmente non trovarono nessun tipo di conferma, ma l’idea era che diffamando, diffamando, qualcosa sarebbe rimasto.
L’attentato era organizzato in modo che quando il giudice e i suoi colleghi ospiti nella villetta di Falcone, si sarebbero diretti in spiaggia, sarebbe stato azionato il detonatore e fatto esplodere l’ordigno contenuto in una borsa da sub, composto da 58 candelotti di dinamite. La strage fortunatamente fallì, i magistrati ritardarono la pausa e successivamente la borsa fu individuata dagli uomini della scorta, che diedero l’allarme e misero i magistrati in sicurezza.
I protagonisti, i mandanti e le dinamiche dell’attentato sono ancora avvolte nel dubbio; da subito si cercò di sminuire l’atto, classificandolo come gesto intimidatorio, altri ancora accusarono il giudice di aver organizzato egli stesso l’attentato per farsi pubblicità… Da parte sua Falcone si trovò costretto a reagire e rilasciò un’intervista in cui parlò di “menti raffinatissime” e di “centri occulti di potere, capaci di orientare anche le scelte di cosa nostra”.
In questi ultimi anni sono state riprese le sentenze su questo fallito attentato anche grazie a dichiarazioni di alcuni pentiti implicati in prima persona nella vicenda. Le ricostruzioni dell’accusa fanno emergere le figure di due agenti riconducibili al SISDE, Agostino e Piazza, i quali agirono in prima persona affinchè gli uomini della scorta trovassero i candelotti.
I due agenti furono successivamente eliminati dalla mafia, uno ucciso con la moglie sulla soglia di casa davanti al padre, l’altro ucciso e sciolto nell’acido. Al funerale di Agostino, Falcone volle parteciparvi e dichiarò al padre dello stesso, che lui a quelle bare, doveva la vita.
Il peggio doveva ancora arrivare, Giovanni Falcone negli ultimi suoi anni di vita, venne criticato da amici e colleghi;  si criticò la scelta di Giovanni di accettare il ruolo propostogli da Martelli nella  Direzione Generale degli Affari Penali, vecchi amici come Orlando lo accusarono di tenere le carte con accuse ai politici chiuse nei cassetti, lo si accusò di essere poco aggressivo nella lotta dei politici collusi, credendo Falcone non indipendente, perchè facente parte del governo.
Queste accuse erano per la maggior parte fatte per scopi politici, non si perdonava a Giovanni l’appartenenza ad un governo che era implicato con diversi membri in relazioni dubbie con ambienti malavitosi.
Dal canto suo Falcone rispose con i fatti, combattendo la mafia con leggi specifiche ed essenziali per il contrasto alle organizzazioni, grazie alle sue conoscenze pratiche acquisite nel corso della sua carriera,leggi come il 41 bis, legge sui collaboratori di giustizia e confisca dei beni.
Arriviamo al 23 maggio di 22 anni fa, Falcone viene fatto saltare con un ordigno posizionato sotto l’autostrada all’altezza dello svincolo di Capaci. La sua morte arriva qualche mese dopo la sentenza di Cassazione del Maxiprocesso in cui erano stati condannati i boss del calibro di Riina e Provenzano. La risposta di Riina non si fa attendere, Falcone fu vittima della vendetta della mafia vincente dei corleonesi; Brusca e Gioè, due esponenti di cosa nostra fecero esplodere la carreggiata sotto le due macchine che accompagnano il giudice e la compagna a Palermo. Falcone morirà tra le braccia di Paolo Borsellino in ospedale, Paolo lo raggiungerà pochi giorni dopo, nella strage di Via D’Amelio.
Le morti dei due eroi della lotta alla mafia sono ancora oggetto di disquisizione nelle aule di tribunale, oggi inizia il processo Capaci Bis a Caltanissetta, il quale, insieme al Borsellino Quater, dovrà ricostruire la verità sulle due stragi, inserendo i due attentati nel contesto della ormai accertata trattativa Stato-mafia; dicendoci se la morte di Falcone è dovuta solo al volere di cosa nostra o se anche il suo sacrificio potrebbe essere stato parte determinante di quella trattativa che sembra aver visto Paolo una vittima essenziale, affinchè questo dialogo potesse essere segreto ma efficace, a tutela di quei politici collusi e minacciati dopo la sentenza di Cassazione del Maxiprocesso.
Prima ci dicevano che non ci fu nessuna trattativa, ora grazie ai pentiti mafiosi od ai loro figli, sappiamo che ci fu trattativa, allora ci hanno detto che ci fu, ma fu indispensabile per placare le stragi; le accuse sembrano evidenziare proprio il contrario, le stragi furono acuite per aumentare il peso della mafia al tavolo della trattativa Stato-mafia. Cosa ci diranno tra un po’? Certo, fosse per i nostri politici, verità non ne verrebbero a galla; chi per collusione, chi per senso di decenza dello Stato, non sembra che i membri, o ex membri delle istituzioni, si stiano impegnando affinchè si arrivi alla verità, anzi, il loro impegno lo stanno mettendo, ma al fine di impedire che questi processi, Palermo su tutti, possano arrivare a scoprire quelle verità scomode che abbiamo ormai intuito.
Falcone ogni anno viene ricordato e glorificato nelle piazze, i politici si sfidano a spedire la corona di fiori più bella, ma spesso si dimenticano di lottare e contribuire affinchè la sua memoria venga ripulita da tutte quelle ombre ed ingiustizie che l’hanno inquinata; non devono dimenticare, inoltre, di ricordare quanto lo Stato ed alcuni suoi membri, possano essere non sempre schierati dalla parte della giustizia, mettendo questo valore spesso in secondo piano, rispetto al proprio interesse.
La domanda che ancora attende risposte è, perchè se l’attentato dell’Addaura è riconducibile ai Servizi Segreti deviati, la strage di Capaci è un’altra cosa? Perchè quelle menti raffinatissime, di cui parla Falcone, non possano aver collaborato alla sua uccisione ?
I misteri sono ancora tanti, l’unica cosa che sappiamo per certo è che dobbiamo difendere con tutta la nostra forza il lavoro di Giovanni, imparare dal suo esempio, migliorando noi stessi, per poter migliorare il nostro paese e le nostre istituzioni, ricordarci di quanto lui e Paolo considerassero fondamentale il supporto della gente; nei giorni del Maxiprocesso Falcone disse all’amico Borsellino: LA GENTE FA IL TIFO PER NOI! Questo dobbiamo ricordarlo, i magistrati hanno bisogno del sostegno delle persone per bene, hanno bisogno di NOI, non importa se spaventati, la paura è l’anticamera del coraggio!