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DELL’UTRI DIMENTICA…

Pubblicato da Luca Cianflone il 11/12/2016

L’ex senatore dal carcere, intervistato dal Corriere, nega di aver mediato tra mafia e Berlusconi
di Aaron Pettinari

La fuga in Libano? “Una leggenda metropolitana”. La mediazione tra capomafia e Silvio Berlusconi“Non ho fatto niente di tutto questo”. Gli incontri con Bontate, Teresi e Di Carlo negli anni Settanta? “Mai avvenuti. I giudici hanno detto il contrario, lo so, ma senza prove. La verità è che noi viviamo nel Paese dei pubblici ministeri, sono loro che comandano”. Torna a parlare Marcello Dell’Utri. Lo fa dal carcere di Rebibbia, a Roma, dove sconta una pena definitiva di 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. L’ex senatore, intervistato da Giovanni Bianconi per il Corriere della Sera, se la prende con i magistrati che hanno indagato (e che indagano?) su di lui, “assolvendo” i giudici che, a suo dire, “possono anche sbagliare, o subire i condizionamenti di certi climi, com’è successo a Palermo nel mio processo d’appello”.
Parla, facendo finta di dimenticare le prove che hanno portato alla condanna in Cassazione. Nelle motivazioni della sentenza i giudici della Suprema corte hanno scritto nero su bianco che l’ex senatore, per 18 anni, dal ’74 al ’92, è stato il garante “decisivo” dell’accordo tra Silvio Berlusconi e Cosa nostra in quanto ha “consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante che senza il suo apporto non si sarebbe verificato, alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale del suo programma criminoso, volto alla sistematica acquisizione di proventi economici ai fini della sua stessa operatività, del suo rafforzamento e della sua espansione”. Inoltre “la sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Gaetano Cinà sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”.
I giudici hanno poi messo in evidenza come “il perdurante rapporto di Dell’Utri con l’associazione mafiosa anche nel periodo in cui lavorava per Filippo Rapisarda e la sua costante proiezione verso gli interessi dell’amico imprenditore Berlusconi veniva logicamente desunto dai giudici territoriali anche dall’incontro, avvenuto nei primi mesi del 1980, a Parigi, tra l’imputato, Bontade e Teresi, incontro nel corso del quale Dell’Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5″. L’ex braccio destro di Berlusconi non rinnega Forza Italia ed il partito creato nel 1994 però rimpiange di essere in cella oggi che “si avvicina il finale”. Poi aggiunge: “Avrei fatto meglio a farmi arrestare prima e scontare subito la condanna”. Eppure se volesse veramente tornare a casa basterebbe poco, decidendosi a “vuotare il sacco” e rivelare quel che sa di quei rapporti con la mafia intrattenuti almeno fino al 1992. Per gli anni successivi Dell’Utri è stato assolto ma di elementi che possano far pensare che gli stessi siano proseguiti non mancano.

Il Paese nelle mani
Basta ricordare le parole del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che al processo trattativa Stato-mafia aveva ribadito le sue accuse: “Ci recammo presso il bar Doney, in via Veneto a Roma. Già fuori c’era Giuseppe Graviano ad attenderci. Lui era latitante e sebbene sarebbe dovuto salire in macchina mi invita ad entrare al bar per consumare qualcosa. Aveva un’aria gioiosa e mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa. Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza, in un altro incontro a Campofelice di Roccella”. “Poi – aveva spiegato – aggiunse che quelle persone non erano come quei quattro crasti (cornuti, ndrdei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “‘Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene’”, avrebbe detto Graviano. “Poi – aveva continuato – mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”. E per Paese, specifica Spatuzza, “intendo l’Italia”.
Ma all’ex senatore non interessa, giudicando il processo in corso a Palermo “astruso” come quello sulla “P3” che lo vede coimputato con Denis Verdini, un tempo vicino a Berlusconi ed fino a ieri “stampella”, con il suo gruppo, del governo Renzi. Nell’intervista Dell’Utri parla del tempo trascorso in cella, dei suoi studi, arrivando a definirsi “un prigioniero che ha perso una guerra ancora in corso”. Una guerra contro chi? “Contro Silvio Berlusconi, e contro di me per interposta persona”.

Quali leggende metropolitane
Una “vittima”, dunque, capace di ridurre ad una semplice “leggenda metropolitana” la sua fuga verso il Libano (guarda caso uno dei Paesi fuori “dall’Area Schengen”, il trattato che ha abolito le frontiere tra gli stati, per cui non ha valore il mandato di cattura europeo), per darsi alla latitanza. “Se avessi voluto sottrarmi alla giustizia avrei soggiornato nel più famoso albergo di Beirut? Ero andato a verificare la possibilità di una collaborazione tra la mia fondazione ‘Biblioteca di via Senato’ e un’analoga fondazione culturale dell’ex presidente Gemayel” sostiene rispondendo alla domanda di Bianconi. Anche in questo caso, però, l’ex politico, arrestato il 12 aprile 2014 a Beirut, continua ad omettere alcuni dettagli. Si era infatti reso irreperibile a pochi giorni dalla sentenza della Cassazione nonostante l’ordine di custodia cautelare emesso dalla Corte d’Appello di Palermo per pericolo di fuga.
La sua volontà di recarsi all’estero era un dato noto agli inquirenti grazie ad un’intercettazione ambientale della Procura di Roma che indagava su Gianni Micalusi, imprenditore calabrese, nell’ambito di una inchiesta di riciclaggio. Alberto Dell’Utri, parlando con il titolare del ristorante Assunta Madre di Roma, Vincenzo Mancuso, discuteva su un eventuale rifugio all’estero per il fratello, e faceva riferimento al fatto che la Guinea “è un Paese che concede i passaporti diplomatici molto facilmente… bisogna accelerare i tempi”. E Mancuso gli rispondeva: “Ma scusami, Marcello non ha pensato a farsi nominare ambasciatore della Guinea?”.
Ma anche il Libano poteva andare bene in quanto, diceva sempre Alberto Dell’Utri“Il programma è quello di andarsene in Libano perché lì è una città dove Marcello ci starebbe bene perché lui c’è già stato la conosce, c’è un grande fermento culturale… per lui andrebbe bene”. A questi dati si sono successivamente aggiunte segnalazioni anonime e testimonianze sulla sua presenza in un volo Parigi-Beirut.
Insomma elementi tutt’altro che “leggendari” ma basati su riscontri. E anche fosse come sostiene Dell’Utri si sa che anche “miti” e “leggende” hanno in sé elementi di verità. O non si vuole tener conto anche di questo?

TRATTO DEL SITO ANTIMAFIADUEMILA

I FALSARI DELL’ANTIMAFIA

Pubblicato da Luca Cianflone il 28/05/2015

TRATTO DA ANTIMAFIA DUEMILA, SCRITTO DA SAVERIO LODATO

 

I falsari dell’antimafia

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di Saverio Lodato – 27 maggio 2015

Coraggio, non abbattetevi.
Coraggio, avete resistito 23 anni, credendo che ci fosse del vero nelle commemorazioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e dei dieci fra uomini e donne della loro scorte, separate appena da quei 57 giorni che separarono le rispettive stragi, di Capaci e via D’Amelio. E adesso, vi siete stancati.
Vi capiamo.
Commemorare, stanca.
Andare al cimitero, stanca.
Ricordare, stanca.
Fingere di indignarsi, stanca.
Pretendere di educare i giovani, stanca.
Aggrapparsi ai rami dell’”albero Falcone”, stanca.
Scrivere, stanca.
Coraggio, la meta è vicina: e la meta sarà quel venticinquesimo anniversario che, come tutte le “cifre tonde”, non passerà certo inosservato. Fra due anni sì, che ne vedremo delle belle.
In vista di allora, sarebbe auspicabile che sin da ora i migliori “intelletti” della nazione si mettessero all’opera per escogitare qualcosa di folgorante, di spettacolarmente visibile, a metà fra le coreografie cinesi dei giochi olimpici e i fuochi palermitani d’artificio per la “Santuzza”.
E la madrina dei festeggiamenti non potrà che essere Maria Falcone, la sorella del magistrato ucciso dalla mafia. Lo diciamo con tutto il rispetto dovuto ad un cognome eccelso, ma anche con tutto il fastidio provocato da una presenza che, perennemente muta, attraversa i 364 giorni dell’anno, in vista del nuovo anniversario. Maria Falcone, insomma, dicesse qualcosa, se ha da dirla, sui guai dell’”antimafia” di oggi. Oppure continui a tacere, come fa da 23 anni.
Andiamo avanti.
Il fatto è che sembra di capire, leggendo i commenti all’indomani del 23 maggio, che questa “antimafia” non vada più bene a nessuno.

Era ora.
Era ora che qualcuno si accorgesse che puttanaio è diventata la compagnia di giro che ruota attorno all’antimafia.
Ma qui, però, dobbiamo intenderci.
Di quale “antimafia” stiamo parlando?
Dell’”antimafia” romana che un giorno all’anno, il 23 maggio, viene a svernare a Palermo?
Dell’”antimafia” romana che un giorno all’anno sembra trasferire le massime cariche dello Stato nella terra del pomodoro Pachino e del basilico?
Dell’”antimafia” che si è fatta “antimafia” senza mai aver conosciuto la “mafia” in vita sua?
Sentiamo giovanotti di belle speranze, dalle idee siliconate, che, pur non avendo mai conosciuto i martiri in questione (è di Falcone e Borsellino che stiamo parlando), se non altro per ragioni anagrafiche essendo men che neonati all’epoca dei fatti, si impalcano per dire la loro, su come dovrebbe esser fatta l’”antimafia” (Quanti nomi ci passano per la testa, quante firme illustri, quante signore sedicenti “amiche di Giovanni”…)
Andiamo avanti.
Dicevamo prima: ma di quale “antimafia” stiamo parlando? Ecco, appunto.
Dell’”antimafia” che trova le porte spalancate a Palazzo Chigi, a Palazzo Madama, al Quirinale o in Vaticano?
O stiamo parlando di un‘altra “antimafia”?
Di un’”antimafia” minuscola, piccola piccola, quella che non compare nei tg, nelle prime pagine dei quotidiani, nelle rappresentazioni epiche del regime?
E’ stata fatta un’operazione sporca.
E cercheremo adesso di spiegarla in due parole.
E’ accaduto che in questi 23 anni di anniversari, anno dopo anno, su un piatto della bilancia veniva scaraventato il peso del passato, sotto forma di enfasi, di cerimonia, di retorica pomposa.
Il piatto del presente, dell’attualità, invece, restava vuoto.
Questo era il trucco, questo era il giochetto.
Un sottilissimo bisturi invisibile recideva così, per mano di istituzione, il filo fra passato e presente, fra il c’era una volta e il “qui e ora”.
Una cosa, insomma, era Falcone, una cosa sono le mafie romane.
Una cosa sono gli inquisiti per mafia, che non risparmiano più nessuna regione e nessun capoluogo di provincia e nessun partito, una cosa sono i “mafiosi” battezzati come tali da Falcone trent’anni fa.
Una cosa sono “quelli” di allora, una cosa sono “quelli” di oggi (Nino Di Matteo docet!).
Non facciamola troppo lunga.
In Italia, la mafia oggi c’è. Ce ne sono tante.
E che ci sia (e che ci siano), lo sanno in tutto il mondo.
Ma noi, che siamo un Paese di guitti, il 23 maggio e il 19 luglio facciamo finta di commemorare ciò che accadde. E ci diciamo “antimafiosi”.
Che in molti si siano stancati, è fisiologico.
(Anche se non occorrevano 23 anni per capire di quale delle due “antimafie” si stesse parlando).

saverio.lodato@virgilio.it

PROCESSO TRATTATIVA STATO-MAFIA-”PARLA” MANNINO

Pubblicato da Luca Cianflone il 27/03/2015

TRATTO DAL SITO ANTIMAFIA DUEMILA

Processo trattativa, l’autodifesa scontata di Mannino

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Da Scotti con “poca memoria” al rapporto “mafia appalti” le dichiarazioni spontanee dell’ex Dc

di Aaron Pettinari – 26 marzo 2015
Dichiara di non aver mai avuto rapporti con Cosa nostra, dice di aver sempre denunciato gli atti intimidatori nei suoi confronti, di aver avuto un grande rapporto con il generale dalla Chiesa, con il giudice Falcone e, anche se in maniera più marginale, con Borsellino. Così Calogero Mannino, imputato nel processo stralcio sulla trattativa Stato-mafia che si svolge con il rito abbreviato davanti al Gup di Palermo Marina Petruzzella, innalza la sua barriera difensiva.
Per allontanare da sé l’accusa di attentato a corpo politico dello Stato l’ex ministro della Dc parte da lontano, ripercorrendo anche fatti antecedenti ai primi anni novanta, tanto che lo stesso Gup Petruzzella è più volte intervenuto ricordando all’imputato di concentrarsi “sui fatti processuali”. Mannino va a braccio, accusa Scotti di aver perso “davanti ai pubblici ministri la linea maestra e la memoria che, pure, è puntuale e preziosa”. E poi ha aggiunto: “Non è possibile ricostruire fatti storici solo facendo affidamento alla cattiva memoria. La premessa della trattativa, che non mi riguarda in nessun modo, non c’è. Scotti è impreciso lui porta i pm su una falsa strada ovvero dichiarando di aver avuto il consiglio dall’onorevole Gargani (Presidente della Commissione giustizia) di ritirare il decreto legge che porta al 41 bis. Ciò non è reale. E’ noto che per regolamento parlamentare, con le crisi di governo le commissioni sospendono le attività”. Ed è anche in merito a ciò che in maniera plateale si è girato verso i giornalisti presenti in aula, indicando anche loro tra quelli che “qualche volta perdono la memoria”, prendendosi anche il rimprovero del Gup (“Si rivolga alla corte”).
Nella sua esposizione sono diversi i titoli e gli articoli di giornale a cui ha fatto riferimento per ricostruire il clima di quel tempo, citando in particolare il libro di Marco Damilano “Eutanasia di un potere. Storia politica d’Italia da Tangentopoli alla Seconda Repubblica” ma senza entrare mai nel merito delle circostanze specifiche che i pm (oggi presenti in aula il procuratore aggiunto Vittorio Teresi ed il sostituto Roberto Tartaglia) hanno toccato nel corso della requisitoria.
Così, rendendo dichiarazioni spontanee, l’avvicendamento tra Scotti e Mancino secondo Mannino “avviene per una sua scelta tutta politica, dettata dalla sua corrente, in seno alla Democrazia cristiana. Una vicenda che mi vede completamente estraneo. Così come autonoma fu poi la scelta di Scotti di dimettersi da ministro degli Esteri”. Una Dc che, a suo dire, stava vivendo una nuova fase dopo l’omicidio di Piersanti Mattarella, fino ad arrivare al maxi processo. “Vi facevano parte personaggi di assoluto rilievo e ancora oggi alcuni di loro ricoprono incarichi e ruoli al massimo livello istituzionale, uno per tutti il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella”.

Gli allarmi e la parola di Falcone
Durante l’esposizione Mannino in più di un’occasione ha fatto riferimento alla sua amicizia con Giovanni Falcone. Rivolgendosi al giudice Petruzzella ha raccontato che l’idea di nominare Falcone alla direzione degli affari penali del ministero della giustizia fu dell’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga, che vi fu una sorta di percorso. Iniziò quando il Csm votò per Meli anziché per Falcone. “Lui esprimeva questo disagio a rimanere a Palermo, c’era questa opportunità della nomina all’Alto Commissariato, al tempo di Vassalli al ministero della Giustizia. La portammo avanti questa cosa ma poi ci fu l’opposizione del Csm che non era disposto a dare la disponibilità al mantenimento del ruolo all’interno della magistratura. E così venne nominato Sica”.
L’ex ministro della Dc ha poi parlato anche delle notizie di possibili attentati che giravano nei primi anni novanta. “Tra queste vi erano degli esposti tra cui questo a firma di Amendolito. Veniva prefigurato uno scenario di campagna destabilizzante e istituzionale non solo basata sull’assassinio ma anche su menzogne e calunnie. Venne indirizzata al Presidente della Repubblica, a diversi ministri, anche a me. Ebbene Falcone stesso ci aveva messo in guardia sul personaggio ricordando che era un noto depistatore coinvolto nei traffici di droga quando si era occupato della Pizza Connaction”. Successivamente, il 12 marzo del 1992, in un agguato viene ucciso Salvo Lima, potente politico democristiano, rappresentante in Sicilia di Giulio Andreotti, accusato di avere stretti legami con i boss mafiosi e ben quattro giorni dopo il capo della polizia Vincenzo Parisi invia al ministero dell’Interno un’informativa riservata secondo cui potrebbe sussistere il rischio di un imminente golpe in Italia in cui si esprimevano rischi per una serie di figure istituzionali tra cui lo stesso Mannino, Andreotti, Martelli ed altri. “Scotti parlò del rapporto del Capo della Polizia – ha raccontato l’ex politico in aula – ma in molti, a cominciare da Martelli, definirono quel rapporto come una patacca. In molti temevano che vi fosse una strumentalizzazione elettorale”. Ad onor del vero a definire “patacca” quell’allarme fu il Presidente del consiglio di allora, Giulio Andreotti, e qualche anno fa, durante la testimonianza al processo Mori-Obinu, anche l’ex ministro degli Interni Nicola Mancino disse: “Quell’allarme era considerato una patacca ed io stesso lo considero un po’ eccessivo”. E poi aggiunse: “In seguito a Montecitorio incontrai Mannino che mi disse ‘il prossimo sono io’” il che si scontra con l’apparente stato di serenità (“conclusi per intero la campagna elettorale in Sicilia”) di cui oggi lo stesso Mannino ha riferito durante la propria esposizione innanzi al Gup.
Mannino ha poi parlato anche della morte di Lima ricordando le dichiarazioni di De Mita in merito a quanto a lui riferito dal giudice Falcone. “Qui avete il problema del ‘morto in casa’ – avrebbe detto – ma anche che questo assassinio indica una reazione di Cosa nostra all’esito delle condanne del maxi processo”. “Vi era la condanna definitiva di Vito Ciancimino – ha ricordato Mannino – E noi stavamo tracciando una linea politica di un certo tipo”. Peccato però che l’ex ministro della Dc non abbia anche ricordato altre parole che lo stesso Falcone disse ad alta voce a diversi colleghi, tra cui Piero Grasso: “Non si uccide la gallina che fa le uova d’oro se non c’è già pronta un’altra che ne fa di più”. Anche alla collaboratrice Liliana Ferraro in viaggio negli Stati Uniti Falcone chiese di rientrare immediatamente perché da quel momento sarebbe potuto “succedere di tutto”. Elementi che certo non fanno presupporre che Falcone ritenesse Lima estraneo a Cosa nostra.

Mafia appalti, Spatola e Borsellino
Ma nella sua esposizione Mannino non si è accontentato di citare Falcone ed il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, che frequentava più abitualmente che il generale Subranni, incontrato a suo dire “solo in occasioni sporadiche ed istituzionali”. Ha anche detto in aula di aver avuto un certo rapporto di amicizia con Paolo Borsellino al punto che, a suo dire, in un’occasione il giudice sarebbe arrivato a chiedergli persino un favore, ovvero di ritirare una querela per calunnia nei confronti del collaboratore di giustizia Rosario Spatola. In questo modo, sempre a detta dell’ex politico della Dc, si sarebbe evitato che gli effetti di questa denuncia avrebbero potuto avere su altre dichiarazioni rese dal collaborante. Una vicenda su cui l’ex ministro si è soffermato con insistenza.
“Aveva rilasciato delle dichiarazioni al sostituto procuratore di Trapani, Francesco Taurisano, sulla mia persona. Dichiarazioni che in precedenza a Borsellino non aveva mai fatto e che ripeté anche nella trasmissione Samarcanda”. L’ex ministro dell’Agricoltura veniva tirato in ballo come “uomo d’onore” e proprio da quella trasmissione fioccarono le querele di Mannino per calunnia nei confronti di Spatola, e per diffamazione nei confronti di Michele Santoro, dell’inviato di Samarcanda Sandro Ruotolo, e del direttore del Tg3 Sandro Curzi. Borsellino tempo prima, in un’intervista aveva rilasciato delle dichiarazioni dove chiariva che “il pentito è credibile solo se riscontrato” dicendo che su Spatola si era “finito per attribuire un’importanza dirompente a dichiarazioni che comunque proveniva da un piccolo pentito”. Tempo dopo il collaboratore Spatola ritrattò la propria dichiarazione arrivando persino a chiedere “scusa” a Mannino. Ma al di là della parola dell’ex ministro, di interventi ulteriori di Borsellino in merito non vi è neanche l’ombra. Proseguendo la propria ricostruzione Mannino ricorda anche che quello è il periodo in cui si sviluppa un’indagine che “ha un andamento non lineare. Un rapporto dei Ros dei carabinieri chiamato Mafia e appalti. Ancora oggi non si capisce. Perché il Ros se aveva un rapporto ne ha presentato un altro?”. E nel merito dell’inchiesta Mannino dice di non aver mai chiesto l’intervento del maresciallo Guazzelli “per aggiustare le carte”, né tantomeno di aver mai affrontato il tema di eventuali minacce nei suoi confronti. “L’unica cosa che mi chiese era per quali strade passassi per andare a Sciacca e mi consigliò di non passare nei luoghi dove vi erano tunnel. Non chiesi il motivo per cui mi diceva tutto questo. Io ho sempre denunciato gli episodi di minaccia ricevuti, tramite i miei collaboratori che avevano raccolto alcune telefonate. Questo per dire che gli episodi di intimidazione sono avvenuti prima del 1992, ben prima l’omicidio Lima. Poi, in piena campagna elettorale, vi è l’episodio di Misilmeri ma che non può essere ricondotto al solo Mannino. Era ovvio che dopo l’assassinio di Lima per tutti noi che eravamo della Dc la situazione non fosse facile”. Il racconto dei “pezzi” (così Mannino aveva appellato i fatti raccontati dall’accusa nella requisitoria) si è poi dilungato fino ad arrivare alle ipotesi libanesi sull’azione di tipo strutturale e terroristica ipotizzata dopo l’assassinio di Rocco Chinnici per poi passare all’episodio in cui il sindaco Orlando attaccò pubblicamente Falcone. A quel punto però il Gup Petruzzella non ha potuto fare a meno di intervenire (“non le voglio impedire nulla ma lei deve parlare delle sue cose”) rinviando l’udienza a domani mattina, quando Mannino dovrà concludere la propria esposizione e prenderanno il via le arringhe degli avvocati, Grazia Volo e Marcello Montalbano

 

TRATTATIVA STATO-MAFIA, QUELLO CHE DEVI SAPERE…

COVO DI TOTO’ RIINA – IL MISTERO DELLA PERQUISIZIONE…

Pubblicato da Luca Cianflone il 15/03/2015

TRATTO DAL SITO ANTIMAFIADUEMILA
SCRITTO DA Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo

Covo di Riina: l’azione preventiva di uno Stato-mafia?

 

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di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo – 6 marzo 2015
Chi ha perquisito per primo il covo di Totò Riina? Dopo più di 20 anni, dopo un processo e dopo tante indagini potremmo essere di fronte ad un’altra verità. Uomini di Stato sarebbero entrati la mattina del 15 gennaio 1993 in via Bernini prima ancora dei mafiosi. E cosa avrebbero trovato? “Furono trovate armi, munizioni e un papello con scritti nomi da fare accapponare la pelle”. L’edizione odierna del Fatto Quotidiano riporta alcuni stralci del “Protocollo Fantasma”, l’anonimo di dodici pagine spedito il 18 settembre del 2012 a casa del pm Nino Di Matteo. A detta del misterioso estensore una squadra di Carabinieri avrebbe recuperato l’archivio di Riina contenente i nomi dei colletti bianchi in contatto con Cosa Nostra. Quegli esponenti dell’Arma, provenienti da ambienti ben precisi indicati dall’anonimo, avrebbero quindi trafugato documenti scottanti da una cassaforte per conservarli poi per un certo periodo “in una caserma del centro di Palermo”.

Tra i nomi contenuti nella lista di Riina potrebbero esserci quelli che farebbero parte della black list di coloro che trattarono con Cosa Nostra. L’ipotesi investigativa della Procura di Palermo ruoterebbe attorno ai segnali obliqui lanciati dal “Protocollo Fantasma”. Lo stemma della Repubblica sarebbe ben in vista su quei 12 fogli inviati da un personaggio indubbiamente ben inserito in quegli ambienti istituzionali dalla doppia faccia. Per questo mister “X” le motivazioni legate alla scelta di non perquisire il covo di Riina rientrerebbero all’interno di una logica criminale. “Per tale episodio – si leggerebbe nell’anonimo – Mori e De Caprio sono processati per favoreggiamento non per la mancata perquisizione del covo di Riina dopo il suo arresto, come i più ritengono, ma per aver omesso di informare la Procura di Palermo che il servizio di sorveglianza alla casa era stato sospeso. E qui casca l’asino. La perquisizione fu fatta, furono trovate armi, munizioni, un papello con scritti nomi da far accapponare la pelle”. Subito dopo vi sarebbe l’elenco delle persone al soldo della mafia e tra queste vi sarebbero quei personaggi a conoscenza del patto tra Stato e mafia, alcuni dei quali sarebbero già stati interrogati negli ultimi mesi. “Immagini, Nino, che bomba sarebbe scoppiata – scriverebbe il misterioso estensore, che si sarebbe rivolto al pm Di Matteo dandogli alternativamente del tu e del lei – il covo di via Bernini è stato subito clinicamente ripulito e ridipinto allo scopo di non lasciare traccia alcuna del passaggio di coloro che avevano fatto la perquisizione”. In un clima surriscaldato dalle recenti rivelazioni di progetti omicidiari nei confronti del pm Nino Di Matteo queste informazioni, sulle quali gli inquirenti stanno cercando i riscontri, si collegano immancabilmente con i misteri sul covo di Riina già consacrati nelle aule di giustizia. A partire dalle prime frenetiche notizie dell’arresto del capo di Cosa Nostra rilanciate dall’Ansa. In quelle stesse ore una “gola profonda” aveva fatto uscire la notizia della collaborazione di Balduccio Di Maggio. Alle 17:10 del 15 gennaio ’93 veniva battuto un dispaccio alquanto esplicito. “E’ un siciliano trentenne di cui soltanto si conosce il nome di battesimo: Baldassarre, ad aver messo gli inquirenti sulle tracce di Totò Riina”. La versione “ufficiale” prendeva quindi corpo. Solo pochi minuti prima la stessa agenzia aveva diramato un comunicato altrettanto ambiguo: “I carabinieri hanno individuato il presumibile ‘covo’ dell’ex latitante a qualche chilometro di distanza dal luogo dove è stato arrestato. L’appartamento è stato perquisito, ma non sono state fornite informazioni né sulla sua ubicazione né su quello che è stato trovato”. Il giorno dopo l’arresto del boss era arrivata la “soffiata” sul luogo esatto del covo di Riina direttamente dal capo ufficio stampa della Regione Militare dell’Arma dei carabinieri, Magg. Ripollino. A distanza di anni erano stati gli stessi giornalisti durante un’udienza del processo per la mancata perquisizione a confermare questo dato. In aula il magg. Ripollino aveva tergiversato, non ricordava bene, per poi aggiungere di ricordare solamente che sarebbe stato il gen. Domenico Cagnazzo ad impartirgli l’ordine di avvisare i giornalisti: “io ero certo che il gen. Cagnazzo ne avesse ricevuto disposizione dal Comandante della Regione”, aveva specificato. Successivamente Cagnazzo aveva negato con forza quanto riferito da Ripollino adducendo al fatto che “quel povero ragazzo si sarà confuso”. Su quell’archivio che Riina avrebbe gelosamente custodito sono state fatte molteplici ipotesi. Secondo il pentito Antonino Giuffrè quei documenti sarebbero addirittura potute finire nelle mani di Matteo Messina Denaro. Certo è che quelle carte potrebbero costituire una vera e propria arma di ricatto. L’anticipata perquisizione del covo da parte dei Carabinieri potrebbe quindi rappresentare l’azione preventiva di uno Stato-mafia all’interno di una strategia criminale. Mori e De Caprio sono stati assolti il 20 febbraio del 2006 “perché il fatto non costituisce reato”. Paradossalmente nella vicenda si poteva scorgere “una ragion di Stato” ma non il dolo. “La condotta di Mori e Ultimo – aveva specificato il pm Antonio Ingroia ai giudici nella sua requisitoria – sono state dettate da ragioni di Stato e non da altro”. Su quella sentenza di assoluzione pesa come un macigno la lettera di Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’associazione tra i familiari vittime di via dei Georgofili, inviata ad Ingroia: “La perquisizione tempestiva del nascondiglio di Riina – scriveva la madre di Francesca Chelli, rimasta gravemente ferita nell’eccidio di Firenze – avrebbe potuto evitare le stragi del 1993? Oggi i nostri parenti sarebbero ancora vivi?”. Un interrogativo angosciante che attende ancora una risposta definitiva.