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GIOVANNI FALCONE-LE RISPOSTE CHE CONTINUANO A MANCARE

Pubblicato da Luca Cianflone il 23/05/2019

GIOVANNI FALCONE-LE RISPOSTE CHE CONTINUANO A MANCARE

Giovanni Falcone non va ricordato solo per quello che lui ha fatto contro la mafia e solo il 23 maggio; il magistrato esige che sia ricordato tutto quello che altri fecero contro di lui: il fuoco amico colpì Falcone più delle armi di cosa nostra.
Dalla strage del 23 maggio 1992, in cui vennero uccisi il magistrato, la compagna Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, si è potuto osservare un fiorire di amici e sostenitori di Falcone, nella realtà le cose andarono diversamente…
Nel gennaio 88 il CSM dovette scegliere il successore di Caponnetto alla direzione del Pool, il posto spettava a Falcone, naturale successore, ma il Consiglio scelse Meli per anzianità, dimenticando che l’esperienza di Giovanni nella lotta alla criminalità fosse inarrivabile.
Questa bocciatura scatenò un forte dissenso, Il magistrato si sentì tradito, abbandonato e soprattutto esposto alla vendetta della mafia perchè delegittimato. Dopo l’assassinio di Capaci, Borsellino e Chinnici dichiararono che il loro amico aveva iniziato a morire nel gennaio 88. Falcone si vide inoltre preferito Sica, alla guida dell’Alto Commissariato.
Il periodo più nero di Falcone doveva ancora arrivare, il 21 giugno 1989 il giudice fu vittima di un attentato, per fortuna sventato, all’Addaura. L’attentato venne a coronamento di mesi in cui Giovanni fu vittima di numerose calunnie. Le accuse naturalmente non trovarono nessun tipo di conferma, ma l’idea era che diffamando, diffamando, qualcosa sarebbe rimasto, in siciliano si chiama “Mascariamento”, prima si delegittima, poi si elimina.
Le dinamiche dell’attentato sono ancora avvolte nel mistero. Falcone rilasciò un’intervista in cui parlò di “menti raffinatissime” e di “centri occulti di potere, capaci di orientare anche le scelte di cosa nostra”.
Si criticò poi la scelta di Giovanni di accettare il ruolo propostogli da Martelli nella Direzione Generale degli Affari Penali, gli imputarono di tenere le carte con accuse ai politici chiuse nei cassetti, credendolo non indipendente ed altro ancora…
Arriviamo al 23 maggio di 27 anni fa, Falcone venne fatto saltare con un ordigno posizionato sotto l’autostrada all’altezza di Capaci. La strage arrivò qualche mese dopo la sentenza di Cassazione del Maxiprocesso. La risposta di Riina non si fece attendere. Falcone morì tra le braccia di Borsellino in ospedale, Paolo lo raggiungerà poche settimane più tardi…
Il processo sulla Strage di Capaci ha condannato mandanti ed esecutori mafiosi, ma non è riuscito a penetrare quella coltre di fumo che ancora nasconde i molti misteri dell’attentato, alcuni parzialmente diradati dalla sentenza del processo Trattativa Stato-mafia di circa un anno fa. Più che partecipare a sfilate e manifestazioni, sarebbe d’obbligo che uno Stato serio sostenesse e contribuisse in modo costante alla ricerca della verità e della giustizia che dobbiamo noi tutti ai nostri eroi.