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FALCONE E BORSELLINO MERITANO LA VERITA’

Pubblicato da Luca Cianflone il 24/05/2017

”Sulle stragi vogliamo la verità per intero, non solo brandelli”

rita borsellino rai
Rita e Fiammetta Borsellino mettono all’angolo lo Stato in diretta tv

di Aaron Pettinari

“Vogliamo capire cosa ha portato alla morte di Paolo, cosa è successo in quei 57 giorni (trascorsi dalla strage di Capaci, ndr), vogliamo capire cosa c’era scritto nell’agenda rossa, quali sono i motivi per i quali bisognava fare subito fuori Paolo”. La voce di Rita Borsellino risuona forte da via d’Amelio, durante la trasmissione FalconeeBorsellino, l’orazione civile condotta da Fabio Fazio, Pif e Roberto Saviano su Rai1. Un appuntamento televisivo come non si vedeva da tempo sulla tv di Stato. Ci sono le testimonianze, gli interventi degli artisti, i collegamenti tra alcuni luoghi simbolo della vita professionale e privata di Falcone e Borsellino, come lo scoglio dell’Addaura, la biblioteca di Casa Professa, la casa di Falcone in via Notarbatolo, il Giardino della memoria a Capaci. Tre ore di diretta senza interruzioni pubblicitarie, nel giorno in cui a trionfare è stata più la retorica che le denunce. Una giornata dove a parlare con forza sono soprattutto le immagini d’archivio della Rai, servizi in cui si divulgano le voci di un tempo, da quelle dei due magistrati uccisi a quelle dei boss dietro le sbarre nei giorni del maxi processo. Il trionfo della retorica e delle solite promesse di Stato è stato rotto soprattutto grazie a due interventi che hanno messo da parte lo schema di “politically correct” che fino a quel momento era stato mantenuto. “C’è stata molta enfasi attorno a questo 25/o - ha avvertito la sorella di Borsellino - Io non vorrei che questo 25/o metta un punto a certe cose. E’ solo un anno in più del 24/o, e ancora una volta dobbiamo segnare un’assenza di verità e giustizia. I brandelli, i coriandoli di verità non ci interessano, la verità la vogliamo per intero”. E poi ancora: “Ci sono dei punti fermi da cui ripartire come delle sentenze, una che dice che la trattativa tra Stato e mafia c’è stata, che ci sono stati innocenti, poi colpevoli per altre cose, che sono finiti in galera perché qualcuno ha voluto mandarceli per dare in pasto all’opinione pubblica delle cose. Noi vogliamo sapere ora perché, a chi serviva e a chi è servito”. Accanto a lei, mentre parlava, spiccava l’immagine del presidente del Senato Pietro Grasso che, messo all’angolo, ha ribadito in diretta tv: “Abbiamo fatto passi avanti, continueremo a cercarla. Ci vorrebbe qualche altro collaboratore interno alla mafia o esterno alla mafia. Sappiamo da quello che abbiamo accertato che ci sono state delle presenze esterne: chi c’era? Perché c’era? Qualcuno sa”. Grasso ha anche ricordato di “avere fatto qualche passo in avanti” quando interrogò il pentito di Brancaccio, Gaspare Spatuzza. Questi svelò per primo i depistaggi nell’inchiesta sulla strage di via D’Amelio.

Fiammetta Borsellino e le “menti raffinatissime”
fiammetta borsellino rai

E giustizia sui depistaggi di Stato ha chiesto con determinazione la figlia del giudice Borsellino, Fiammetta, che per la prima volta è intervenuta da via d’Amelio: “Credo che con forza dobbiamo pretendere la restituzione di una verità. Non una verità qualsiasi o una mezza verità ma una verità che dia un nome e un cognome a quelle menti raffinatissime, come mio padre le ha definite, che con le loro azioni e omissioni direi, hanno voluto eliminare questi due reali servitori dello Stato”. “Quelle menti raffinatissime - ha aggiunto - che hanno permesso il passare infruttuoso delle ore successive all’esplosione che sapremmo essere fondamentali per l’acquisizione di quelle prove necessarie a uno sviluppo positivo delle indagini, quelle prove a cui mio padre e Giovanni tenevano così tanto”. Fiammetta Borsellino ha evidenziato proprio l’esistenza dei depistaggi nell’inchiesta giudiziaria sull’uccisione del padre: “Tutto questo per me e per la mia famiglia non può passare in secondo piano. Come non può passare in secondo piano, come, per via di false piste investigative, ci sono uomini, imputati per la strage di via d’Amelio, che hanno scontato anni di reclusione senza vedere in faccia i loro figli, esattamente come quei giovani poliziotti che sono morti in via d’Amelio e nella strage di Capaci. Questa restituzione di verità deve essere anche per loro”.
Ed infine ha concluso: “La verità è l’esatto opposto della menzogna. Ed è una cosa che dobbiamo cercare e pretendere ogni giorno e non di cui ricordarci soltanto nei momenti commemorativi. Solo così guardando in faccia i nostri figli potremmo dire loro di vivere in un Paese libero dal puzzo del potere e dal ricatto mafioso”.

Dentro la “parata” istituzionale
Parole, quelle delle due donne, che pesano come macigni su uno Stato che fino a quel momento si era gongolato nella sua “parata” istituzionale. Troppi i rappresentanti delle Istituzioni che si sono succeduti nel raccontare ai tanti giovani giunti da ogni parte d’Italia la “favola” di uno Stato trionfante e di una mafia “sconfitta”. E nel giorno del ricordo e della memoria non è bello leggere notizie come quelle pubblicate da ilgazzettinodisicilia.it con la Polizia che avrebbe ritirato gli striscioni del Garibaldi e del Cannizzaro di Palermo. Striscioni che evidenziavano l’isolamento e denunciavano proprio le passerelle in modo differente. “Non siete Stato voi, siete stati voi” metteva in evidenza il primo; “Il corteo siamo noi, la passerella siete voi”, insisteva il secondo. Niente da fare, anche se il dissenso era espresso in maniera intelligente e civile. Non è bello, poi, apprendere che Alfonso Giordano, presidente della Corte d’Assise che celebrò il maxiprocesso alla mafia, non ha preso parte alle commemorazioni in quanto, come lui stesso ha dichiarato, “non invitato”.

Oltre le parole
Tra le note positive, oltre alla presenza di tanti giovani uniti nel ricordo delle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (tra questi i 104 bambini dell’Orchestra “Falcone e Borsellino” di Catania che hanno suonato nell’Istituto comprensivo statale Falcone dello Zen, nel luogo del fallito attentato all’Addaura del 19 giugno del 1989 e nella Cappella Palatina, a Palazzo dei Normanni) è stato l’aver finalmente reso onore agli agenti di scorta, non solo chiamandoli per nome (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina) ma anche dando voce ai sopravvissuti che spesso sono dimenticati. Così in questa giornata hanno preso la parola Giuseppe Costanza, Antonino Vullo e Giovanni Paparcuri ed un pensiero è stato rivolto ad Angelo Corbo, Gaspare Cervello e Paolo Capuzzo. Sotto l’albero di Falcone in via Notarbartolo è intervenuto don Luigi Ciotti, che ha puntato il dito contro “l’antimafia di facciata”, ed anche contro la corruzione definendola come una “peste, per cui è sempre più difficile distinguere tra crimine organizzato, politico ed economico. Per questo dobbiamo impegnarci di più tutti, la speranza si costruisce insieme”.
don ciotti rai

Roberto Saviano, nel leggere l’ultima lettera di Borsellino (“un messaggio di speranza, nonostante sapesse che il tritolo per ucciderlo era già arrivato in Sicilia”), ha ricordato come “oggi sta tornando in maniera rischiosa la cultura del silenzio”. Eppure in pochi hanno riflettuto su quanto avvenuto appena un giorno prima (la morte di un boss mafioso ucciso alla “vecchia maniera” per le strade di Palermo) e quasi nessuno (nemmeno lo stesso scrittore) ha sottolineato come a 25 anni di distanza un magistrato, Antonino Di Matteo, è oggetto di una condanna a morte e di un progetto di attentato con duecento chili di tritolo nascosti chissà dove nella città di Palermo. E’ il non detto che pesa più di mille parole. Tra gli “addetti ai lavori” solo il Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, intervistato da Il Fatto Quotidiano, ha evidenziato certi fatti, mettendo in fila le zone d’ombra presenti nelle viscere delle stragi che hanno insanguinato il nostro Paese.
Una voce fuori dal coro come quella del procuratore generale di Napoli, Luigi Riello, che, intervenendo alla manifestazione “Palermo chiama Italia”, ha speso una parola anche sul processo più scomodo d’Italia, quello in corso a Palermo sulla trattativa Stato-mafia. Un processo che “deve portare alla luce tutto quello che fu fatto”. Fatti particolarmente scomodi da ricordare in una diretta tv. Ci hanno pensato Rita e Fiammetta a ricordare che venticinque anni dopo la strada per la verità, quella necessaria per avere una vera giustizia, è ancora in salita.

TRATTO DAL SITO ANTIMAFIA2000

PAOLO BORSELLINO 19 LUGLIO 1992

Pubblicato da Luca Cianflone il 19/07/2016

 

Quel dannato giorno di 14 anni fa! Una data infausta, terribile, inevitabile…
Il giudice sapeva di dover morire… Lo andava sussurrando a tutti gli amici, caduto l’amico fraterno Falcone poche settimane prima, il prossima sapeva di esser lui. Scherzando diceva che finchè il suo collega viveva, lui poteva star tranquillo, Giovanni rappresentava il suo muro.
Dalla strage di Capaci in poi, Borsellino sapeva di dover fare in fretta, non gli restava molto tempo, era un morto che camminava…
Lo Stato sembrava impotente davanti alle minacce di cosa nostra, il quel terribile biennio 92/93 la mafia siciliana sembrava essere inarrestabile.
Riina ed i suoi dopo la sentenza di condanna nel maxiprocesso iniziano una guerra contro lo Stato, colpendone i rappresentati più illustri come Falcone e Borsellino ma eliminando anche i collusi come Salvo Lima e i cugini Salvo.
Paolo in quei giorni si sentì tradito da quello Stato per cui lui era pronto a sacrificare la vita!
Le domande sugli ultimi giorni del magistrato sono ancora molte, i processi sono ancora nel vivo, quello che è ormai certo è il fatto che la strage di Via D’Amelio è un tassello fondamentale di quella trattativa imbastita tra il Ros dei carabinieri ed i corleonesi tramite Vito Ciancimino.
Rimane da capire quali politici sapessero e promuovessero tale dialogo, impensabile ipotizzarla una iniziativa pensata e sviluppata dal Ros, senza una qualche garanzia da parte di organi politici.
Sappiamo ora come e quando Borsellino ne fu avvisato, conosciamo la sua netta opposizione e fatichiamo a pensare che non abbia rovesciato tavoli e sedie negli uffici di Ministri e Capitani, ma in questo caso mancano le confessioni dei protagonisti…

Oltre alla cosiddetta trattativa Stato-mafia, di cui Borsellino pare esserne stato il prezzo, persistono i buchi neri riguardanti la strage stessa; tra telefoni spiati, noncuranze da parte di chi doveva gestire la sicurezza del pm e della sua scorta, sparizione di documenti, il mistero dell’Agenda Rossa, la borsa da lavoro del giudice prelevata dal collega e amico Ayala e passata non si sa a chi, sparita per lungo tempo e riapparsa nell’ufficio del dottore La Barbera… La Barbera il quale è accusato di aver depistato le indagini, costringendo con la forza il falso pentito Scarantino a confessare il suo ruolo nella strage del 19 luglio 1992. Su Scarantino e sul suo percorso giudiziario ci sarebbe da scrivere per ore, ma non è questo il luogo…
Le colpe della politica sui numerosi morti in quelle stragi sono parse subito evidenti, le contestazioni del popolo durante i funerali hanno dato prova di ciò, ma quello che in questi ultimi anni sta emergendo dai processi siciliani di Caltanissetta e Palermo pare disegnare un quadro ben peggiore di quello che si potesse temere.
E’ per questo motivo che le verità su quegl’anni pare essere sempre inavvicinabile, non le si vogliono quelle risposte, lo Stato ha fatto e sta facendo di tutto affinchè i pm cedano esausti ed esasperati, sconfitti dal dover lottare non solo con le difese (legittime), ma anche contro una classe politica che pur di mantenere nell’oblio quei mesi, è disposta a fare carte false, falsissime!

Quindi oggi vorrei risparmiarmi ore di inutili parole e facili ringraziamenti al lavoro di Paolo Borsellino, ricordi e manifestazioni politiche in memoria di… Se realmente volessero giustizia per Borsellino, sosterrebbero con forza e decisione i pm che quella giustizia stanno inseguono!
I media televisivi ignorano completamente le udienze, gli italiani sono quasi completamente allo scuro di tutto quello emerso fino ad ora, meglio parlare della Franzoni di turno o della dieta giusta per la prova costume, o addirittura come pochi giorni fa, nel giorno della sua morte, concentrarsi sui formaggi preferiti dal boss Provenzano durante la sua latitanza di decenni…

Ecco, questa è l’Italia, la mia, la vostra, lo sconforto mi invade, ma concludendo questo pezzo, non posso far altro che ripensare a Paolo e Giovanni, loro non si sono arresi ed hanno mostrato il cammino ai coraggiosi dell’antimafia di oggi e noi, dobbiamo fare il tifo per loro, sicuri che un giorno potremo vivere in un paese migliore di quello che è stato e di quello che è!

 

LO VOI CAPO PROCURA DI PALERMO , CON QUALI MERITI?

Pubblicato da Luca Cianflone il 22/12/2014

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Se chiedessi a ciascuno di voi, anche ai meno informati: la procura di Palermo è una delle più importanti d’Italia? Si. Dovendone nominare il capo, scegliereste uno dei maggiori esperti e attivi procuratori o nominereste un magistrato senza esperienza e caratteristiche idonee? La risposta è semplice…
Sì, la risposta è scontata anche in Italia, ma scommetto che non è la vostra… Qualche giorno fa, infatti, il Presidente Giorgio Napolitano ha nominato Francesco Lo Voi, Procuratore capo della procura di Palermo; cioè condottiero, parafulmine, garante, di quei magistrati che stanno cercando di fare luce sugli  anni della accertata, non più presunta (nonostante alcuni ancora si ostinino ad aggettivarla così), trattativa Stato-mafia, capo di Antonino Di Matteo, minacciato da Riina in persona e pm per cui diversi pentiti affermano ci sia già l’esplosivo di cosa nostra pronto per il suo attentato.
Lungi dal voler attaccare Lo Voi persona, quello che desta dubbi è il fatto che il neo Capo procuratore non conduce indagini giudiziarie da quasi vent’anni, la sue esperienze lavorative, se pur in passato si sia occupato di diversi processi di mafia, non lo delineavano certo come favorito alla successione di Messineo a Palermo; ciò nonostante, ha sbaragliato la concorrenza di Lo Forte e Lari, andando ad occupare una poltrona “scottante”.
Da Ingroia a Salvatore Borsellino, passando dal Fatto Quotidiano e da Antimafia Duemila, l’interpretazione di questa mossa del Csm è univoca: Lo Voi è stato eletto perchè andava  bene a tutte le parti politiche in gioco. Spingendosi ancora oltre, ma non troppo, eredità anche lui del “patto del Nazareno”. Piace a sinistra, piace a destra, piace soprattutto al re, il quale forse spera come tanti, TROPPI!, che Lo Voi riesca a moderare, perchè no, sotterrare, il processo più scomodo e antipatico della storia moderna italiana, il processo che si sta tenendo per l’appunto a Palermo, in cui sono coinvolte diverse figure politiche ed istituzionali, il processo trattativa Stato-mafia.
Pronto e speranzoso a ricredermi presto, Lo Voi non sembra proprio rappresentare quella figura forte, decisa, capace di difendere e sostenere i suoi pm e il loro lavoro.
Questa elezione fa correr la memoria alla mancata nomina di Falcone alla fine degli anni 80, in ballo allora c’era il posto di capo ufficio istruzione al tribunale di Palermo, posto lasciato, quasi in eredità da Caponnetto all’amico fraterno e collega Giovanni Falcone, ma anche li, il Csm stupì tutti e nominò Meli, con la motivazione dell’anzianità che s’impose sull’infinita ed invidiata esperienza di Giovanni in ambito mafioso.
Lo Voi appare già, diciamo “accomodante”, nelle polemiche di quegli anni, infatti dopo la strage di Via D’Amelio, dove perse la vita Borsellino, (meno di due mesi dopo l’uccisione dell’amico Falcone), diversi magistrati di Palermo firmarono un appello per l’allontanamento di Giammanco, Lo Voi si rifiutò.
Quindi fatti due ragionamenti sul suo passato, le sue nomine e suoi ruoli, appare evidente che nessuno di noi avrebbe mai nominato un candidato del genere a capo di una delle più importanti procure d’Italia, anche solo per non dare adito a queste polemiche, a questi dubbi; ma siamo in Italia… Paese in cui abbiamo avuto ministri, presidenti, senatori, collusi e condannati per mafia, uno Stato in pieno disfacimento, colluso con mafie, massoneria, fasci e altro ancora, un paese in cui la parola politica ha perso completamente il suo valore primordiale, uno Stato in cui arrivi in alto solo se sei ricattabile, in cui se non sei sporco di tuo, non ti preoccupare, ti sporcherai presto. Un paese in cui il tasso di corruzione è uno  dei più alti d’Europa, la disinformazione dilagante, la codardia e l’egoismo sono le parole che ormai sembrano inghiottirci. Un paese in cui invece di sostenere, proteggere, garantire i magistrati e i loro collaboratori, li si delegittima, li si abbandona o addirittura denuncia o minaccia, sempre pronti però a portare un mazzo di fiori il giorno dei loro funerali… Borsellino e Falcone sono stati uccisi perchè lasciati soli, non più ingranaggi di un meccanismo, non più soldati di un esercito schierato contro la mafia, ma martiri abbandonati perchè scomodi, sotto il fuoco nemico e non solo…
Questo è il paese in cui viviamo e, continuando a vedere le piazze vuote, questo è forse il paese che ci meritiamo…

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GRASSO SMENTISCE GRASSO

Pubblicato da Luca Cianflone il 15/07/2014

IL NEO-POLITICO PIERO SMENTISCE L’EX MAGISTRATO GRASSO
PIERO GRASSO SBUGIARDA SE STESSO AL PROCESSO SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA

falcone e piero grasso

Pochi giorni fa, l’attuale Presidente del Senato è stato sentito come testimone nell’udienza dell’11 luglio del processo sulla trattativa; alla fine della seduta, interpellato dai giornalisti, ha serenamente dichiarato che ancora si deve far chiarezza se una eventuale trattativa tra Stato e mafia ci sia stata…  Prontamente un giornalista lo incalza, ricordandogli che c’è già una sentenza definitiva, quella di Firenze, in cui si stabilisce la realtà e la veridicità di questa non più ipotetica, fantomatica, supposta, ma bensì CERTA trattativa!!! Grasso a quel punto glissa elegantemente, ammette ma non ammette…
Che la nostra politica ancora faccia fatica, o non voglia ammettere ciò, è tristemente intuibile, ci siamo abituai, ma che l’ex magistrato, l’ex giudice a latere del Maxiprocesso, l’ex Procuratore nazionale antimafia, l’ex amico di Falcone e Borsellino, neghi o nasconda questa verità in perfetto politichese, questo ci deve infastidire e far pensare.
Ciò mi indigna soprattutto perchè l’impegno antimafia e la franchezza di Grasso in questi anni non sono mancati, anzi…
In numerose interviste, in diversi documentari, in svariati servizi giornalistici, in alcuni suoi libri, non mancano commenti e attacchi frontali dell’attuale Presidente del Senato, nei confronti di politici, Forze dell’Ordine ed istituzioni.
Eccone alcune citate dal sito ANTIMAFIA DUEMILA:
Nel 2009, intervistato dal Tg3, l’allora Procuratore nazionale antimafia sosteneva senza ombra di dubbio che nei primi anni ’90 la trattativa con Cosa nostra ci fu, e che la mafia aveva capito di poter ricattare lo Stato: “Quando Riina dice a Brusca, come lui ci riferisce, che ‘si sono fatti sotto’ vuol dire che è scattato il meccanismo di ricatto nei confronti dello Stato: la strage di Falcone ha funzionato in questo modo. L’accelerazione probabile della strage di Borsellino può allora essere servita a riattivare, ad accelerare la trattativa con i rappresentanti delle istituzioni”. Grasso parlò anche di “un unico filo che collega le stragi iniziali, come l’omicidio Lima, a tutte le altre, tra cui quelle mancate dell’attentato all’Olimpico”. Sul quotidiano La Stampa dichiarò inoltre che la trattativa tra Stato e mafia “ha salvato la vita a molti ministri” e che i boss mafiosi inizialmente “pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Martelli, Andreotti, Vizzini”, poi “cambiano obiettivo, probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste”.
Era il 2001 quando Grasso era procuratore capo a Palermo e nel libro “La mafia invisibile” (Editore Mondadori) alzò il tiro contro i rapporti tra Stato e mafia. Nel volume scritto a quattro mani con il giornalista Saverio Lodato, Grasso, intervistato, sostenne che “Cosa Nostra, molto spesso, è stata lo Stato. E ha sempre avuto la tendenza ad avere uomini delle istituzioni che potessero via via farla partecipare al sistema di potere”, una mafia che cerca di “infiltrarsi e convivere, piuttosto che contrapporsi frontalmente allo Stato e alla società” delineando così il profilo di una Cosa Nostra che è stata il braccio armato di un sistema di potere politico e istituzionale.

Personalmente ricordo sue interviste rilasciate per esempio al giornalista Lucarelli, per la puntata ” Lucarelli racconta il segreto di Borsellino”, in cui si riportano tutte le “ombre” degli attentati a Falcone e Borsellino, posseggo le puntate delle ” Lezioni di Mafia” registrate appunto da Piero Grasso e rimembro la puntata ” Stragi e Depistaggi “, dove l’allora Procuratore non si nasconde e con garbo riporta numerose perplessità nel comportamento degli organi istituzionali.
Spero che queste sue ultime dichiarazioni siano scivolate involontariamente dalle labbra di Grasso, forse un eccesso di zelo, proprio in contrapposizione con la sua scelta di non rinunciare a testimoniare al processo in funzione della sua carica politica.
Mi auguro che dimentichi o quantomeno che metta da parte al più presto la nuova lingua che ha imparato, il politichese, tornando ad esprimersi con il suo vecchio idioma, non nascondendosi e contribuendo in modo netto e coraggioso al raggiungimento di quelle verità di cui sentiamo fortemente il bisogno, qualunque esse siano, dipanando le ombre del periodo più nero dello Stato italiano.