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BERLUSCONI E MAFIA – QUEL PASSATO ORMAI IGNORATO…

Pubblicato da Luca Cianflone il 27/02/2018

Stato-mafia: Corte ammette deposizione Napolitano

D. Silvio Berlusconi è in condizioni di influenzare ancora questo paese. Cosa significa questo per l’Italia?
R. C’è una sentenza definitiva che afferma che dal 1974 al 1992 Berlusconi ha mantenuto rapporti con la mafia siciliana. La finanziò, diede loro denaro. La cosa preoccupante non è solo che ancora lui conti qualcosa a livello politico, ma che nessuno parli di quei rapporti dimostrati con sentenza definitiva. Incluso i giornalisti lo ignorano. Al di là delle idee politiche di ognuno, i fatti dovrebbero essere sempre ricordati.

D. Cosa significherebbe il suo ritorno in prima linea?
R. Cito un dato: rappresenterebbe il ritorno alla guida del paese di un soggetto con una sentenza definitiva sulle spalle, riconosciuto come persona che ha mantenuto rapporti con Cosa Nostra per almeno 20 anni, fino a quando Cosa Nostra iniziò gli attentati. Un soggetto che ha finanziato economicamente la mafia nel periodo in cui furono uccise decine di persone delle istituzioni. Non è una mia opinione. È un fatto riconosciuto dalla Corte Suprema.

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Queste sono due delle diverse risposte date dal pm Nino Di Matteo, oggi sostituto procuratore alla DNA, al giornalista de ” El Pais ” Daniel Verdù, nel corso di un’intervista incentrata sul tema delle ingerenze mafiose nella politica nostrana ( oggi e ieri ) e nelle prossime elezioni.
Domande che spesso gran parte della stampa italiana preferisce evitare, temendone le risposte…
Qui troverete l’articolo completo. 

Il magistrato ha da poco concluso il suo lavoro a Palermo nel processo ” Trattativa Stato-mafia”, uscendo da ciò ha ben presente, sarebbe bene lo avessimo anche noi, quanto cosa nostra abbia avuto ed abbia tutt’ora la capacità di influenzare, indirizzare e financo obbligare la politica in determinate scelte.
Oltre ad aver sottolineato ciò, Di Matteo ha voluto rimarcare quanto i partiti e molto spesso l’informazione, sottovalutino e sovente ignorino il tema della lotta alle mafie.
Esemplificativo di suddetto difetto italico è l’atteggiamento di noncuranza dei rapporti dimostrati, confessati e condannati di Silvio Berlusconi con cosa nostra!
Va da se che a colpire sul tema non possa esser certo chi grazie a questi rapporti ha visto crescere le proprie attività, non chiediamo tanto!, no, a stupirci ( chissà perchè ancora ) ed irritarci  è l’atteggiamento di chi a costui dovrebbe esser avverso…
Ad eccezione del Movimento 5 Stelle, nessun partito pare voglia attaccare o quantomeno domandare come sia possibile che un soggetto invischiato e legato in patti con mafia e collusi vari, possa ancora candidarsi per la guida del Paese e soprattutto come diavolo possa contare su un sostegno elettorale non già esiguo, costituito da figli, figliocci e casalinghe di Voghera, ma altresì pare che codesto ” Cavaliere ” goda di un esercito elettorale in continua crescita…
Ora, io mi chiedo, anzi vi chiedo: perchè gli avversari politici non ” distruggono ” Berlusconi ricordando agli elettori i suoi DIMOSTRATI  rapporti con soggetti mafiosi?
Le risposte che mi balenano in mente sono tre: prima, credono che l’aver avuto rapporti con la mafia non influenzi il giudizio degli elettori.
Seconda, temono che spingere su quel tema possa finire per aprire armadi scomodi, stracolmi di scheletri, non tutti del solo accusato…
Terza, sanno che le mafie, oggi forse più di ieri, portano voti, molti voti e spesso già li hanno portati… omertosi sì, forse anche un po’ collusi, ma irriconoscenti mai! Guai a sputare nel piatto dove si mangia…

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DI MATTEO BOCCIATO DAL CSM

Pubblicato da Luca Cianflone il 12/04/2015

MERCOLEDI’ IL CMS HA BOCCIATO LA CANDIDATURA DEL PM DI PALERMO DI MATTEO
UNA DECISIONE RIDICOLA, MA PRONOSTICATA DA MOLTI…

SIAMO-TUTTI-DI-MATTEO!-

Si sapeva, lo pensavamo tutti, ma come in ogni avvenimento importante, la speranza è sempre l’ultima a morire…
Lo scorso 8 aprile il Consiglio Superiore della Magistratura ha eletto a Procuratore Nazionale Antimafia i magistrati  Pontassuglia, Dolce e Del Gaudio, preferendoli al ben più titolato e meritevole pm Antonino Di Matteo, confermando ancora una volta, quanto il magistrato titolare del processo sulla trattativa Stato-mafia, sia inviso alla politica ed a molti suoi colleghi, guidati da correnti partitiche piuttosto che dalla propria coscienza di magistrati e addetti ai lavori.

Di Matteo sentito poche ore dopo la decisione del Csm dal quotidiano la Repubblica, ha commentato così:

Ha saputo allora, niente da fare per lei…
«Sì, l’ho appena appreso. Me l’aspettavo, ma sono molto amareggiato, deluso e preoccupato. Amareggiato, perché non sono stati sufficienti più di 20 anni di lavoro dedicati ai processi di mafia a Caltanissetta e a Palermo. Deluso, perché nella relazione della commissione che ha indicato gli altri colleghi non ho rintracciato nessuna censura critica al mio operato. Mi chiedo perché non sia stata valutata un’anzianità che è pari al doppio degli altri. Sono preoccupato non solo per me, ma perché questo è un altro piccolo segnale di un problema più grande».

E quale sarebbe?
«Tra i criteri del Csm continua a incidere pesantemente la logica dell’appartenenza correntizia. Il primo criterio è a quale corrente appartieni. E chi, come me e tanti altri, non appartiene a nessuna corrente, e anzi osa criticare la patologia del sistema, vede bocciata ogni aspirazione».

Eppure lei è famoso per il lavoro che fa e per i pericoli che corre. Cosa nostra la vuole uccidere.
«Non doveva essere valutato il pericolo, tant’è che io stesso, quando il Csm ha aperto una procedura di trasferimento per eccezionali problemi di sicurezza, ho chiesto di soprassedere. Il Csm oggi avrebbe dovuto e potuto riconoscere che avevo i titoli e l’esperienza per essere nominato alla Dna».

Perché l’hanno bocciata?
«Nessuno ha rilevato carenze di professionalità o altri motivi. Se lo avessero fatto, forse avrei potuto accettare la decisione, così non posso consentire a nessuno di umiliare l’impegno, il sacrificio e il rischio di oltre vent’anni di carriera. Sono un uomo delle istituzioni e proprio perché ho profondo rispetto per l’istituzione Csm farò ricorso al Tar. E continuerò a ritenere che se non vogliamo contribuire anche a noi a limitare l’autonomia e l’indipendenza dei singoli magistrati dobbiamo guardare al pericolo esterno, ma anche a quello interno, il condizionamento improprio delle correnti sul Csm».

Perché vuole lasciare Palermo durante un processo così delicato?
«Non è vero che voglio scappare dal processo, né tantomeno da Palermo. Nonostante lo stesso Csm, con l’apertura d’ufficio del mio trasferimento, ritenga che non posso stare ancora lì. La nomina alla Dna mi avrebbe consentito di continuare a occuparmi di mafia, di stragi, dei mandanti esterni e anche di essere applicato al processo in corso, continuando il mio lavoro come ho sempre fatto. Nonostante tutto, e nonostante tanti. Altro che scappare…».

Il fronte che al Csm ha votato per lei è trasversale. I capi della Cassazione Santacroce e Ciccolo, Leone di Ncd, Morosini, di Area, ma non c’è il Pd. Come lo valuta?
«Evidentemente, e per fortuna, ci sono consiglieri che hanno fatto prevalere le valutazioni oggettive su criteri di appartenenza o vicinanza politica e correntizia. Altri si sono fatti condizionare da appartenenza correntizia o collateralismo politico».

Ora che farà?
«Fino a quando mi sarà possibile tornerò a fare il mio lavoro con le tante difficoltà connesse sia alla sicurezza, sia a quelle ordinarie…, dover conciliare un lavoro così delicato con processi ordinari. Vorrà dire che continuerò da toga più protetta e scortata d’Italia ad andare in udienza anche per i furti Enel e le risse per le verande abusive, come capita sempre più spesso».

A volte lei ha paura?
«Certo che ho paura. Rispetto a quello che è venuto fuori negli ultimi mesi non averne sarebbe da stupidi o da incoscienti. Ma continuerò a far valere un sentimento contrario alla paura, cercare di andare avanti con la consapevolezza che in questo lavoro non ci si può fare condizionare dalla paura. A pesarmi è la delusione e l’amarezza più che la paura per condizioni di vita diventate sempre più difficili».

Si sente isolato? La decisione del Csm la isolerà di più?
«Ci sono tanti colleghi, appartenenti al fior fiore delle forze dell’ordine, tanti cittadini che non perdono occasione di dimostrarmi stima e fiducia. Tutto ciò funge da contraltare a vicende che come quella del voto di oggi che oggettivamente contribuiscono ad alimentare un senso, per me inspiegabile, di isolamento istituzionale ».

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Oltre il danno anche la beffa! Il Csm ha subito fatto sapere che nella prossima votazione, le credenziali del pm siciliano, lo metterebbero al primo posto dei candidai per la corsa alla PNA, ma visto i precedenti questa dichiarazione non mi lascia per nulla tranquillo…
Ricordando che il Csm è presieduto del Presidente della Repubblica in carica, affido le mie speranze al neo-presidente Mattarella, il quale potrebbe mostrarsi, magari anche pubblicamente, deluso per la scelta dell’organo istituzionale e pronunciarsi affinchè al più presto a Di Matteo vengano date le garanzie ed il ruolo che merita; perchè non volesse mai il cielo, qualcuno, la mafia o ambienti vicini ( non andrò oltre…), rendessero concrete le numerose minacce fatte al pm, dubito che questa volta le istituzioni, partendo dall’ex presidente Napolitano, passando per Alfano che ancora non ha mantenuto la parola di attrezzare la scorta del magistrato più minacciato d’Italia nel modo migliore, finendo a quella orda di giornalisti ed esponenti illustri dell’ “Intelligenza” italiota, che ancora mettono in dubbio la trattativa Stato-mafia, o che non si sono limitati a discuterne la complessità, cosa più che giusta, ma hanno attaccato i pm con commenti offensivi sia sul profilo lavorativo, che su quello privato; ecco, dicevo, Dio non voglia che accada nulla a Nino Di Matteo, perchè questa volta i colpevoli sapremo chi sono, e non basterebbe l’informazione succube, complice e quindi colpevole per insabbiare anche questa volta le colpe delle nostre istituzioni e dei nostri politici!, per non sentirvi e sentirci in colpa, è ora di schierarsi, non ci sono vie di mezzo… IO STO CON DI MATTEO!
Da cittadino italiano voglio che il simbolo dei magistrati che lottano realmente contro la mafia, sia tutelato, protetto e sostenuto dalla politica, che al loro lavoro non siano messi ostacoli e che non vengano attaccati ingiustamente dalla stampa schiava, ancora e sempre, di un qualche padrone che ha le mani in pasta…
Tra poco ricorreranno gli anniversari dei morti delle stragi del 92, al posto delle solite parole contro la mafia, da Renzi nemmeno più quelle, mi auguro ci siano fatti, non le solite “belle” e inutili parole, parole, parole…

UNA TELEFONATA ALLUNGA LA VITA

Pubblicato da Luca Cianflone il 02/09/2014

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Forse non sarà questo il caso, una telefonata non basta e non deve bastare ad “allungare”, garantire la vita e l’impegno di Don Ciotti, ma il sostegno, la solidarietà, dimostrata dal nostro Presidente della Repubblica, è stata molto gradita ed opportuna.
Il coro di vicinanza alzatosi all’unisono in favore di Don Ciotti è più che mai giusto; Napolitano, Rosy Bindi, Renzi, eccetera, eccetera non hanno potuto fare a meno di spendere belle parole in sostegno del Don, minacciato e offeso dal Capo dei Capi Totò Riina in persona, tutto bellissimo e giustissimo, ma…
Ma io non sono riuscito a non storcere il naso!
Ma come? Pochi mesi fa, lo stesso boss, nello stesso luogo, con la stessa “dama di compagnia”, con il medesimo atteggiamento mafioso, aveva minacciato, (forse consigliato, ordinato) il Pm numero 1 della lotta alla mafia-Stato o delle Stato-mafia Di Matteo e, in quel caso, il silenzio delle istituzioni fu assordante…
Che sia chiaro, l’errore, la scandalo, oserei dire lo schifo, è stato il silenzio nei confronti di Antonino Di Matteo e la procura di Palermo. Il sostegno in quel caso è stato dei cittadini, di pochi esponenti politici, del Movimento 5 Stelle, del Fatto Quotidiano, Travaglio su tutti, di Paolo Borsellino, il quale ha parlato di un clima molto simile a quello che ha preceduto le stragi del 92.
Il sostegno di Napolitano, del governo, delle maggiori istituzioni, non sono e non devono apparire come atti di pura forma; l’appoggio dello Stato è fondamentale per la lotta alle mafie, i magistrati non devono, non possono, essere lasciati soli, perchè apparirebbero vulnerabili in quanto delegittimati. Ricordiamoci la sofferenza, la paura di Falcone quando si era visto “tradito” dallo stesso Stato che non lo aveva sostenuto nella sua nomina come Direttore del Pool Antimafia, ruolo che gli spettava in quanto nettamente il più formato sul tema e “delfino” di Caponnetto, investitura che lo avrebbe reso punta di un iceberg tutto immerso nella lotta a Cosa Nostra e le altre mafie.
Il silenzio di re Giorgio fu parzialmente soffocato facendo trapelare a regola d’arte delle dichiarazioni in cui si sosteneva che le parole di Riina erano inoffensive, prive di importanza, sfoghi di un vecchio mafioso senza più potere…
Be’, capirete quindi la mia riflessione ed i seguenti dubbi; se prima venivano ritenute prive di importanza le minacce di Zi Totç, non solo, ma anche i suoi sfoghi contro una classe politica che non avrebbe mantenuto tutto quello pattuito, la rabbia nei confronti di Berlusconi, perchè ora legittimarle esponendosi mostrando solidarietà a Don Ciotti?
Allora le minacce fatte a Di Matteo, le frasi sibilline sulla  certa-dimostrata-trattativa (non presunta) Stato-mafia, erano vere o comunque meritevoli di attenzione ed esposizione, perchè in quel caso la Bindi e Napolitano non hanno preso il telefono e sostenuto Di Matteo???!! Eppure Napolitano di telefonate se ne intende…
Come dimenticare le telefonate del Presidente con l’ex ministro Mancino poi indagato per falsa testimonianza nel processo trattativa; in quel caso si che il Presidente si era esposto e molto in sostegno del Senatore!
Ahh già, ma vuoi vedere che è proprio per quelle telefonate che Napolitano non se la sente di chiamare Di Matteo…?
Come diavolo potevo sperare di venire a sapere di una telefonata a sostegno del pm che lui e tutti i suoi sudditi stanno cercando di fermare o quantomeno rallentare e delegittimare aspettando forse che qualcun altro lo fermi?!
Azioni disciplinari, dichiarazioni sconvenienti, attacchi insensati, per non dimenticare il coro dei soliti giornalisti prezzolati e giuristi negazionisti, chissà poi perchè…
Il mio sostegno e la mia solidarietà sono sempre massimi nei confronti di chi lotta le mafie, Don Ciotti è sicuramente uno di questi, ma questa telefonata, questa vicinanza al Don mi ha dato l’idea di uno spot elettorale, facile e conveniente solidarizzare con lui, problematico sarebbe stato farlo nei confronti dei pm che stanno indagando tra le trame dei politici, incontrando sempre più nodi così intricati da far fatica a distinguere le nostre istituzioni dai mafiosi e  che quindi solidarizzando con loro non si farebbe altro che legittimare il loro lavoro e questo forse non conviene…
Il ruolo della DC di Andreotti e del duo Berlusconi-Dell’Utri è ormai dimostrato e condannato, ma rimangano ancora tante domande e Napolitano and co, non sembrano tanto propensi ad aiutare le procure di Caltanissetta e Palermo a far luce su queste ombre, a dare giustizia a UOMINI ed EROI, che per garantire questa, sono morti ammazzati in attentati mafiosi, assassinii che sembrano però assumere sempre di più la forma di pezzi-prezzi di una trattativa tra Stato e mafia.
Cosa possiamo fare noi? Possiamo fare il tifo per i pm, fargli sentire il nostro sostegno e interessarci di più a quei processi che stanno cercando di restituire dignità al nostro paese ed agli uomini che per esso sono caduti, Falcone e Borsellino su tutti.

La trattativa non si può negare

Pubblicato da Luca Cianflone il 12/06/2014
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di Nicola Tranfaglia – 12 giugno 2014

Ci sono due autori e colleghi universitari con i quali ho da tempo un rapporto di stima e di conoscenza personale, Salvatore Fiandaca e Salvatore Lupo, entrambi dell’Università di Palermo. Il primo è un noto docente di Diritto Penale e curatore di libri di ottimo livello sul fenomeno mafioso, il secondo è autore di una storia complessiva della mafia siciliana che nessuno può ignorare.
Ma, nel febbraio di quest’anno, hanno pubblicato per un notissimo editore di saggistica storica un libretto intitolato “La mafia non ha vinto” che sostiene alcune cose essenziali: la prima è che lo Stato italiano non ha salvato Cosa Nostra e che al processo in corso ancora a Palermo (di cui è protagonista, anche secondo le cronache giornalistiche, il sostituto procuratore Nino Di Matteo, dopo che Ingroia ha lasciato la magistratura), si sostiene, invece, che la trattativa non si può negare.

Quanto alla reazione stragista dopo la sentenza della Suprema Corte di Cassazione che aveva confermato le condanne contro l’associazione siciliana, Fiandaca e Lupo affermano, nel loro libro, che “la leadership mafiosa è stata probabilmente incapace di calcolare gli effetti delle stragi in preda a una coazione a ripetere che prevedeva un’unica tattica: colpire e poi colpire ancora.”
La verità è, come sempre succede, che i due studiosi hanno elaborato una tesi a cui sembrano voler piegare gli avvenimenti. Nel loro libro, arrivano a sostenere che “l’inclinazione giudiziaria a rileggere gli anni tra il 1992 e il 1994 alla luce dell’influenza esercitata dai poteri criminali rifletta una tendenza semplificatrice, dovuta all’ottica professionale, in qualche misura deformante, della magistratura impegnata nel contrasto alla criminalità mafiosa.” E’ un’accusa molto pesante, esposta dall’alto della cattedra ma è priva della prova che la giustifichi. E’ questa la sensazione che si ricava dalla lettura del libretto di Fiandaca e Lupo.
Ma le cose cambiano e molto nel saggio, uscito nel maggio 2014, di cui è autore il giornalista de Il Fatto quotidiano Marco Travaglio. A pagina 17, l’autore scrive:” Cosa Nostra attende la sentenza della Corte di Cassazione sul maxi processo, quello istruito dal pool  di Falcone e Borsellino, il primo che ha condannato i capi della Commissione dopo molti decenni di impunità.” Riina dice ai suoi affiliati:” Dobbiamo fare la guerra per fare la pace.” E, per continuare nel riferimento ai Promessi Sposi: “Lo sventurato, cioè lo Stato rispose.”
La verità è che il racconto si basa su fatti e documenti, a differenza di quello di Fiandaca e di Lupo. Si riporta una nota riservata del capo della polizia Parisi (a p.22); l’incontro del capitano dei ROS Giuseppe  De Donno sull’aereo Roma-Palermo con Massimo Ciancimino “lo prega di perorare la causa presso il padre. Comincia di fatto la trattativa tra lo Stato e la mafia”(p.28).
E ancora si citano nelle pagine successive fatti, circostanze, dati: “21 giugno 1992: Riina è felice per i primi contatti con i ROS e inizia a preparare il papello con le richieste della mafia allo Stato. Nel libro di Travaglio alle pagine 98-153 si ricorda che la trattativa ha salvato la vita di qualche politico ma ne ha sacrificato molte altre, come quella di Borsellino considerato un ostacolo e quella di tutte le vittime delle stragi del 1993.
Ai colleghi Fiandaca e Lupo ricorderei una vecchia massima che è sempre valida, oggi come ieri: “Le interpretazioni sono necessarie ma non possono prescindere dai fatti”. O sono io a sbagliare ancora una volta?