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ASSOLTO L’EX PM AYALA, SALVATORE BORSELLINO E’ UN MALATO MENTALE

Pubblicato da Luca Cianflone il 17/05/2017

Questo è quello che emerge dalla sentenza in Appello di ieri, in merito alla diffamazione di Ayala nei confronti del fratello di Paolo Borsellino.
La Corte di Milano ha così ribaltato la sentenza di primo grado dell’ottobre 2013 che condannò l’ex pm al risarcimento nei confronti di Salvatore Borsellino. Le motivazioni ed i fatti emersi in quella sentenza, mi parvero talmente chiari e netti che mai avrei pensato potessero esser messi in dubbio; aspetto quindi con ansia le motivazioni della sentenza assolutoria di ieri.

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La diffamazione si compì durante un’ intervista di Giulia Sarti a Giuseppe Ayala, durante la quale gli venne chiesto di rispondere alle domande che S.Borsellino gli pose in un articolo riguardanti le sue contrastanti deposizioni rilasciate negli anni in merito all’attentato del fratello e l’agenda rossa sparita dalla borsa subito dopo la strage di Via D’Amelio e dell’incontro che Paolo avrebbe avuto con l’allora ministro Mancino. L’ex pm del Maxiprocesso non ritenne opportuno dare spiegazioni, ma decise fosse il caso di insultare Borsellino con queste parole: “ “farneticazioni di una persona che non sta bene. Quelle di Salvatore Borsellino non sono domande… sono farneticazioni… me ne assumo la responsabilità… di una persona che non sta probabilmente bene… e non sono il solo che lo dice…”, concluse l’intervista paragonando Salvatore a Caino, fratello omicida di Abele…

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Ripercorrendo l’accaduto, la mia rabbia non ha potuto far altro che inasprirsi; che Salvatore Borsellino sia mal sopportato da politici ed istituzioni lo so da anni; il motivo è dannatamente semplice, continua a porsi domande, quelle giuste, quelle di chi conosce i fatti e tutto il suo seguito…
LUI, non si accontenta di presenziare all’anniversario del fratello, versare qualche lacrima, ricordare l’impegno di Paolo e tutte quelle belle cose che raccontato i politici e gli “amici” di Paolo, no!, lui, sciocco, pone interrogativi, da anni ormai!, non può accontentarsi delle mezze verità; lui,  ” sofferente di turbe mentali”, continua ad urlare quelle domande dannatamente azzeccate, quindi fastidiose… Ma perchè diavolo non se ne sta zitto?! Tanta gente è morta per mano della mafia, se ne faccia una ragione…
Ecco, Borsellino avrebbe potuto accettare la morte del fratello, caduto sul campo di battaglia, abbattuto dal nemico perchè in lui aveva trovato un rivale insuperabile, certo che avrebbe potuto… peccato che il colpo inferto dalla mafia non fu che uno delle decine che colpirono il giudice, quello risolutivo forse, l’unico però inferto al petto, decine di altri colpi lo ferirono alle spalle, come si dice in guerra, colpito da fuoco amico.
E’ questo quello che lo stolto fratello non può e non vuole accettare! Come lui, anzi dietro di lui ci sono anche io, insieme a centinaia, migliaia di persone che pretendono giustizia e verità, forse pazzi anche noi… Perchè le spalle di Borsellino erano le mie spalle, erano le spalle di tutti noi, erano quelle del nostro Paese, e se amo ancora l’Italia, lo devo ad eroi come Paolo Borsellino.

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Non è bastato abbandonare Borsellino e Falcone al loro destino, isolarli, delegittimarli! Parti malate del nostro Stato hanno contribuito ad ammazzarli e ad insultarne la memoria.
Quest’ultimo insulto arriva poche settimane dopo la sentenza del processo Borsellino Quater che accerta pressioni, macchinazioni, minacce, affinchè un uomo innocente si accusasse di aver partecipato alla strage del giudice, Scarantino queste minacce non le ebbe da mafiosi, ma da pezzi di Stato che gli impartirono lezioni su cosa dire e chi accusare. Uomini innocenti hanno pagato per anni colpe non loro, finchè un giorno il vero responsabile della strage si è pentito ed ha collaborato con la giustizia. Questi insabbiamenti non furono fatti da mafiosi, ma da inquirenti… che motivi potevano avere quest’ ultimi nel non indagare i veri colpevoli della strage?
A questa domanda ancora i processi non hanno registrato una risposta passata in cassazione, a questa ed a molte altre domande sta cercando di rispondere il processo Trattativa Stato-mafia, nonostante, anche qui, i molti tentativi di delegittimazione, vedremo…

Tornando alla vicenda in questione, l’ennesimo insulto a se ed alla memoria del fratello non farà desistere Salvatore Borsellino, la sua lotta continuerà, altro che Caino!
Da parte mia non posso che manifestare il mio pieno appoggio a Borsellino, per quanto poco possa essere e ringraziarlo di tutto cuore per non permettere che il silenzio ed il pianto degli “amici”, soffochi la voglia di verità e giustizia che riguarda non solo suo fratello, ma la credibilità e la morale dello Stato e noi siamo lo Stato, quindi la nostra!

Qui troverete la ricostruzione fatta da Salvatore Borsellino all’indomani dell’intervista DIFFAMATORIA

I DEPISTAGGI DI VIA D’AMELIO

Pubblicato da Luca Cianflone il 27/04/2017

‘Il depistaggio su via D’Amelio poteva farlo solo la polizia’

di Sandra Rizza

Salvatore Borsellino, la Corte d’assise di Caltanissetta ha stabilito per la prima volta che Vincenzo Scarantino fu “indotto” a mentire, rilanciando la pista del depistaggio istituzionale. È soddisfatto della sentenza del processo quater?
Sì, sono soddisfatto. Da questo processo mi aspettavo chiarezza su due punti fondamentali: la matrice istituzionale del depistaggio e la sparizione dell’agenda rossa. Sull’agenda rossa, purtroppo, la verità appare ancora lontana. Ma sulle responsabilità istituzionali che per 25 anni hanno deviato le indagini su via D’Amelio è stato fatto un grosso passo avanti. Oggi è chiaro che qualcuno ha manipolato il teste fasullo al centro della prima indagine. E questo qualcuno non può che essere la Polizia di Stato.

Il suo avvocato Fabio Repici ha dichiarato che la Corte d’Assise presieduta da Antonio Balsamo “ha restituito dignità alla giustizia” puntando il dito sui depistatori di Stato. Lei che ne pensa?
Sono d’accordo. Va detto, infatti, che questo passo verso la verità del depistaggio di Stato non si deve ai pm, che sul punto non sono andati abbastanza in fondo, ma al rigore della Corte d’assise. Per tutta la durata del processo ho temuto che le mie aspettative finissero deluse, perché sembrava che la Procura nissena avesse come unico obiettivo quello di ottenere la condanna di Scarantino, descritto come un soggetto criminale capace di costruire autonomamente quel copione di bugie che per 25 anni ha sviato le indagini. Proprio su questo punto, nell’ultima udienza, c’è stato uno scontro diretto, durissimo, tra il procuratore Amedeo Bertone e il mio difensore di parte civile, Fabio Repici, che in aula ha chiesto l’assoluzione di Scarantino, sottolineandone il ruolo di vittima dello Stato deviato. Il fatto che la Corte alla fine abbia concesso l’attenuante dell’articolo 114, riconoscendo che il picciotto della Guadagna fu “determinato”, spinto, costretto a mentire, è molto importante. Ci ha dato ragione su tutta la linea.

Negli ultimi mesi, lei aveva deciso di disertare le udienze del Borsellino quater per protesta nei confronti di quello che le era apparso come una sorta di “minimalismo” processuale. Oggi che la Corte d’Assise invita i pm a riaprire tutti gli interrogativi sul ruolo di Arnaldo La Barbera e dei poliziotti che gestirono la collaborazione di Scarantino, si sente riconciliato con la giustizia?
Oggi sono contento di aver seguito il consiglio del mio avvocato, e quindi di non aver abbandonato del tutto il processo, ritirando la mia costituzione di parte civile. La battaglia condotta in aula da Repici ha contribuito in modo determinante al risultato: senza il suo impegno e quello del difensore di Scarantino forse la Corte di Caltanissetta non sarebbe giunta a questa sentenza. Ma dire che mi sento riconciliato con la giustizia è eccessivo: sono tuttora critico rispetto alla Procura nissena. Sono convinto che i pm abbiano seguito un percorso investigativo poco rigoroso nei confronti di certe condotte istituzionali e di quello Stato deviato che sicuramente è responsabile di questa strage. Via D’Amelio, più che una strage di mafia, si può definire una strage di Stato. Sono convinto che mandanti e depistatori facciano parte dello stesso sistema criminale. Fino a quando non saranno individuati non potrò sentirmi riconciliato.

Secondo lei cosa succederà adesso? I pm ricominceranno daccapo? Troveranno nei verbali di udienza le prove delle condotte che “determinarono” Scarantino a fingersi pentito?
Questo non posso dirlo. La giustizia farà ulteriori passi avanti solo se i pm seguiranno fino in fondo le indicazioni della Corte d’assise che, sanzionando l’incompletezza delle indagini svolte, ha trasmesso alla Procura le carte del dibattimento per approfondire le amnesie, le reticenze, le inesattezze dei numerosi testi istituzionali spesso in aperta contraddizione tra loro.

Sui giornali di ieri, la sentenza del quater è passata inosservata. Il silenzio stampa è dovuto all’ora tarda della lettura del dispositivo, all’indifferenza, oppure alla volontà di silenziare il coinvolgimento di pezzi dello Stato nello stragismo?
Sono rimasto allibito e amareggiato per la scarsa attenzione dei media. L’ora tarda non c’entra: la sentenza di Caltanissetta è così importante che la chiusura dei giornali poteva e doveva essere ritardata. Invece la notizia è stata ignorata oppure relegata alle edizioni locali: questo è un bruttissimo segnale. La strage di via D’Amelio, e il depistaggio che l’ha coperta, non riguardano solo Palermo o la Sicilia. Rappresentano ancora un passaggio cruciale nella storia del nostro Paese.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

IL DOCUMENTARIO “A VERY SICILIAN JUSTICE” CONQUISTA MANCHESTER

Pubblicato da Luca Cianflone il 07/03/2017

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A Very Sicilian Justice, documentario sull’impegno dei pm di Palermo, Di Matteo su tutti, vince il premio come “miglior documentario corto” al Manchester International Film Festival.

Il documentario è stato girato dal regista inglese Paul Sapin, prodotto Toby Follet e narrato dal Premio Oscar Helen Mirren.
Un prodotto ad alto impatto, in grado di raccontare in modo crudo e semplice la lotta alla mafia di questi uomini di Stato, i quali purtroppo si sono spesso dovuti difendere a loro volta da quello Stato in cui si ostinano a credere.

Il successo del documentario è stato totalmente ignorato dai media, pochissime testate, se non quelle da sempre vicine a questi temi, ne hanno dato notizia; non sarà un Oscar, ma riuscire a portare temi come quelli trattati da Sapin in giro per il mondo,  dimostrare l’impegno, l’integrità morale di italiani, siciliani, la considero senza ombra di dubbio ben più di un Oscar!
Esultiamo, magari storcendo il naso per il successo della serie Gomorra, dicendo che racconta il peggio dell’Italia, gioiamo per il successo di qualche anno fa de La Grande Bellezza, ignorando il senso del film, l’immagine triste e decadente che Sorrentino racconta correttamente e magistralmente della nostra Italia; osanniamo tutto ciò e ci dimentichiamo di questo documentario?

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Pochissimi italiani sanno dell’esistenza di questo documentario, lo conoscono più all’estero, ancor di meno sapranno del successo che sta raccogliendo in tutto il mondo.
Voi mi potreste obiettare il fatto che non sia un prodotto italiano, ma cosa c’è di più italiano dei pm che rischiano la vita, sacrificandola per il bene della NOSTRA società?!
La verità è che Di Matteo e colleghi continuano ad essere scomodi per i governanti; cambiano i nomi, i partiti, i presidenti, ma il processo Trattativa Stato-mafia preferirebbero insabbiarlo! Unica voce fuori dal coro il Movimento 5 Stelle, il quale spesso ha manifestato il suo appoggio ai pubblici ministeri.
L’ultimo episodio esplicativo si è verificato qualche settimana fa: il boss Totò Riina durante un’udienza del suddetto processo, udienze alle quali Toto ” u curtu” raramente non presenzia, terminate le audizioni dei testi della procura di Palermo, venne interpellato dal presidente per la possibilità di essere sentito dai pm, il Riina si dichiarò pronto a rispondere. La notizia rimbalzò su tutti i tg e giornali: ” il boss ha deciso di parlare!”
Pochi giorni dopo, gli venne chiesta conferma del suo intento, ma misteriosamente, il boss che andò contro quasi tutta cosa nostra, perseguendo nella sua guerra allo Stato nei primi anni novanta, scaturendo una risposta repressiva intrapresa delle forze dell’ordine, quest’uomo dicevo, aveva cambiato idea, non avrebbe più risposto… La notizia scivolò via in silenzio, il mainstream non volle approfondire i motivi del ripensamento del capo dei capi, passò tutto sotto silenzio, come tutto il resto del processo.

Va da sè, che il mutismo con il quale è stato accompagnato il documentario non mi stupisce, mi indigna ma non mi posso aspettare altro da questo Stato, da questa informazione… Insomma, A very italian story…

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